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Giovanni Fracasso·

KPI ecommerce: quali metriche scegliere e tenere d'occhio davvero

11 min di lettura
KPI ecommerce quali metriche scegliere

Il problema di chi gestisce un ecommerce oggi non è la scarsità di dati, è l'eccesso. Ogni piattaforma misura decine di metriche, ogni strumento ne aggiunge altre, e davanti a una schermata piena di percentuali la domanda diventa: quali di questi numeri contano davvero, e quali sto guardando solo perché ci sono? Scegliere i KPI giusti è la prima decisione di metodo di un ecommerce serio, e farla bene vale più di qualunque strumento di analisi.

Un KPI non è un dato qualsiasi, è un dato scelto. La differenza fra un cruscotto utile e una vetrina di numeri sta tutta nel criterio con cui si decide cosa tenere e cosa lasciare fuori. Questa guida non elenca tutte le metriche esistenti, le organizza per fase del percorso di acquisto e spiega, per ciascuna, perché merita un posto o perché è meglio diffidarne. L'obiettivo è arrivare a una manciata di indicatori che, guardati insieme, raccontano la salute del business e dicono dove intervenire.

Vale per qualunque piattaforma, ma trova terreno particolarmente fertile su Shopify, dove molte di queste metriche sono già disponibili nativamente e non vanno costruite, vanno solo scelte e lette con disciplina.

Prima di decidere quali metriche guardare, serve un criterio per giudicarle. Un buon KPI ha quattro caratteristiche, e quando ne manca anche una sola vale la pena interrogarsi se tenerlo.

  • Azionabile: se si muove, ti dice cosa fare. Un numero che peggiora ma su cui non puoi intervenire non è un indicatore di performance, è una curiosità.
  • Collegato a un obiettivo: misura l'avvicinamento a un risultato di business, non un'attività fine a sé stessa. Le vendite sono un risultato, il numero di post pubblicati è un'attività.
  • Confrontabile: ha senso nel tempo e contro una base di riferimento. Un valore isolato non dice nulla; un valore confrontato con il periodo precedente e con un target dice tutto.
  • Con un proprietario: c'è una persona che ne risponde e che ha potere sulla leva sottostante. Un KPI di cui nessuno è responsabile è un numero che nessuno userà per decidere.

Tenuti insieme, questi quattro filtri scremano in fretta. Gran parte delle metriche che riempiono le dashboard cade già sul primo, l'azionabilità, ed è un bene: meglio cinque numeri che muovono decisioni che cinquanta che riempiono uno schermo.

Il modo più solido per scegliere è seguire il percorso del cliente, dalla prima visita al riacquisto, e prendere uno o due indicatori per ciascuna fase. Così si copre l'intero ciclo senza ridondanze, e ogni KPI ha un posto preciso nel ragionamento. Le fasi sono cinque: acquisizione, conversione, valore dell'ordine, fidelizzazione, post vendita.

Acquisizione e traffico

All'inizio del percorso si misura quanta domanda arriva e quanto costa. Le sessioni sono il numeratore di quasi ogni ragionamento successivo: senza sapere quanto traffico entra, nessuna variazione di vendite è interpretabile. Ma le sessioni grezze contano poco se non si sa da dove arrivano, quindi la metrica che conta davvero è la loro scomposizione per sorgente, per distinguere l'organico dal pagato dal diretto dal referral. Sul fronte del costo, il costo di acquisizione cliente, il CAC, dice quanto si spende in marketing per portare a casa un cliente, ed è la metrica che tiene onesta la crescita: si può sempre comprare più traffico, la domanda è a quale prezzo e se quel prezzo è sostenibile rispetto a quanto quel cliente varrà nel tempo.

Conversione

È la fase dove si vince o si perde la partita dell'efficienza. Il tasso di conversione, la quota di visite che diventano ordini, è il KPI più importante di tutto l'ecommerce, perché agisce da moltiplicatore: ogni miglioramento si applica all'intero traffico, e mezzo punto percentuale guadagnato vale più di mille sessioni comprate. Va però letto sempre scomposto, mai aggregato, perché la media nasconde quasi tutto. Come riferimento, un tasso di conversione di norma sta fra l'uno e il tre per cento, ma varia enormemente per settore e per prezzo medio: chi vende lusso ad alto scontrino convertirà molto meno di chi vende beni di largo consumo, e confrontarsi con il benchmark sbagliato porta a conclusioni sbagliate.

Sotto il tasso di conversione vivono le micro conversioni, ed è lì che si capisce dove si perde la gente. Il tasso di aggiunta al carrello dice quanti visitatori arrivano a desiderare un prodotto; la quota di chi arriva al checkout dice quanti procedono; e il complemento di tutto questo è il tasso di abbandono del carrello, che secondo le rilevazioni del Baymard Institute si attesta in media intorno al settanta per cento. È un numero enorme, e proprio per questo è una delle leve più redditizie su cui lavorare: recuperare anche una piccola frazione di quei carrelli vale più di molte campagne di acquisizione.

Valore dell'ordine

A parità di traffico e di conversione, la crescita passa da quanto vale ogni ordine. Il valore medio dell'ordine, l'AOV, è la metrica cardine di questa fase, e si muove con leve precise: bundle, soglie di spedizione gratuita, vendita incrociata, vendita di livello superiore. Accanto all'AOV conviene tenere d'occhio le unità per ordine, che dicono se lo scontrino cresce perché si vende di più o solo perché si vende più caro, e dove i dati lo permettono il margine per ordine, che è la versione onesta dell'AOV: un ordine medio alto costruito a forza di sconti può valere meno di un ordine più piccolo a prezzo pieno.

Fidelizzazione e valore nel tempo

Qui si gioca la sostenibilità del business, e quasi sempre è la fase più trascurata. Il tasso di clienti abituali misura la quota di acquisti che arriva da chi ha già comprato, ed è il primo indizio della solidità del brand: un ecommerce che vive solo di prime visite deve ricomprare ogni cliente ogni volta, e brucia margine all'infinito. Il valore del cliente nel tempo, il CLV, stima quanto un cliente vale lungo tutta la relazione, ed è il numero che dà senso al CAC: si può accettare di pagare caro un cliente solo se si sa che tornerà a comprare. La frequenza di riacquisto e l'analisi di coorte completano il quadro, seguendo gruppi di clienti per mese di primo acquisto per vedere quanti tornano: una coorte che si appiattisce subito racconta un prodotto che non genera abitudine, una che tiene racconta un brand che l'ha costruita.

Logistica e post vendita

L'ultima fase è quella che molti dimenticano perché non riguarda la vendita ma ciò che viene dopo, e che però decide il margine reale. Il tasso di reso è il KPI più importante qui, e in alcuni settori, la moda su tutti, può divorare una quota enorme del fatturato: va letto per categoria di prodotto, perché è quasi sempre concentrato su pochi articoli che vanno corretti o ritirati. I tempi di evasione misurano quanto velocemente l'ordine diventa spedizione, e incidono sulla soddisfazione più di quanto si creda. Il tasso di sell-through, infine, dice quanta parte dello stock si è venduta in un periodo, ed è il ponte fra le vendite e la gestione del magazzino: capitale immobilizzato da una parte, occasioni perse dall'altra.

Scegliere i KPI giusti è metà del lavoro; l'altra metà è decidere contro cosa confrontarli, perché un numero da solo non significa nulla. Esistono due riferimenti possibili, e contano in modo molto diverso. Il primo è il benchmark di settore, cioè il valore medio degli altri: utile per un primo orientamento, ma rischioso come bussola, perché ogni media nasconde realtà profondamente diverse e quasi mai si confrontano davvero mele con mele. Un tasso di conversione, un AOV, un tasso di reso dipendono dal prezzo, dal posizionamento, dal mix di prodotto e dal mercato, e confrontarsi con una media che mescola tutto questo porta a conclusioni illusorie, ottimistiche o pessimistiche che siano.

Il secondo riferimento, quello che conta davvero, è la propria base storica. Il valore normale di un KPI nel proprio contesto, misurato su un periodo abbastanza lungo da assorbire la stagionalità, è il metro più onesto: dice se si sta migliorando o peggiorando rispetto a sé stessi, che è l'unica domanda su cui si può agire. Da questa base si fissa un obiettivo realistico, e si misura lo scostamento. È la logica con cui ragionano gli analytics nativi delle piattaforme, che affiancano a ogni metrica il confronto con lo stesso periodo precedente proprio per spostare l'attenzione dal valore assoluto alla variazione. La regola pratica è semplice: usa il benchmark di settore una volta, per capire se sei in un ordine di grandezza sensato, e poi dimenticalo; misura tutto il resto contro la tua storia e i tuoi obiettivi.

C'è una famiglia di KPI che vive un gradino sopra le metriche di funnel, e che molti ecommerce trascurano perché richiede di mettere insieme dati che la sola piattaforma di vendita non basta a produrre: le metriche di redditività. La prima è il margine di contribuzione, cioè quanto resta di ogni vendita dopo i costi diretti del prodotto e della transazione. È il numero che distingue il fatturato che fa crescere l'azienda da quello che la tiene solo occupata: si può fatturare moltissimo e guadagnare nulla, e senza il margine non si vede la differenza.

La seconda è il rapporto fra il valore del cliente nel tempo e il costo per acquisirlo, il celebre confronto fra CLV e CAC. È la metrica che dice se il modello di crescita è sano: acquisire clienti che valgono meno di quanto costa portarli è una corsa verso il muro, anche quando i numeri di vendita salgono. La terza, da maneggiare con prudenza, è il ritorno sulla spesa pubblicitaria, il ROAS: utile per leggere l'efficienza delle campagne, ma ingannevole se preso da solo, perché ignora il margine del prodotto e attribuisce alla pubblicità vendite che sarebbero arrivate comunque. Guardare il ROAS senza il margine è il modo più rapido per scalare le perdite. Queste metriche non sostituiscono quelle di funnel, le completano, e sono spesso ciò che separa un ecommerce che cresce in modo sostenibile da uno che cresce e basta.

Tanto importanti quanto i numeri da guardare sono quelli da cui diffidare. Le metriche di vanità sono numeri grandi che fanno sentire bene e non cambiano nulla. Il traffico grezzo senza la conversione è il primo: un milione di sessioni che non comprano vale meno di centomila che lo fanno. I follower e le impression sui social sono il secondo: contano solo se si traducono in visite e in ordini, altrimenti misurano notorietà, non business. Il terzo, il più subdolo perché ha l'aria di una metrica seria, è il fatturato lordo guardato senza sconti e senza resi: in un settore dove si sconta molto e si rende molto, il lordo racconta un'azienda che non esiste, e solo il netto dice la verità.

La regola è semplice: ogni volta che un numero è grande e rassicurante, conviene chiedersi cosa nasconde. Le metriche oneste sono spesso più piccole e meno gratificanti, ma sono quelle che fanno prendere le decisioni giuste.

Scelti i candidati, resta la disciplina di non tenerli tutti allo stesso livello. Il vertice di un'azienda non deve guardare quaranta numeri, ne deve guardare due o tre, quelli che riassumono la salute del business, e fidarsi che sotto qualcuno governi il resto. I team operativi, al contrario, vivono nelle metriche di dettaglio della loro fase. Mescolare i due livelli è un errore: chi decide la strategia annega nel dettaglio, chi opera non vede la stella polare.

Una buona regola pratica è la piramide: pochissimi indicatori di sintesi in cima, un gruppo ristretto di KPI che ne spiegano i movimenti nel mezzo, le metriche operative alla base. Se un numero non trova posto in questa piramide, probabilmente non serve, e toglierlo è un guadagno, non una perdita. Un cruscotto si misura dalla qualità delle decisioni che produce, non dalla quantità di grafici che contiene.

Non esiste un insieme universale di KPI, perché modelli diversi hanno fisiologie diverse. Un brand diretto al consumatore vive di tasso di conversione, AOV e fidelizzazione, e il suo nemico è il CAC che sale. Un ecommerce B2B ha cicli lunghi, ordini grandi e ricorrenti, e guarda di più il valore del cliente nel tempo, la frequenza di riordino e il margine, mentre il tasso di conversione conta meno perché la relazione non si gioca in una singola visita. Chi vende in abbonamento mette al centro il tasso di abbandono, perché lì la partita è trattenere; chi vende sui marketplace deve isolare la marginalità reale al netto delle commissioni, che possono ribaltare il conto economico di un prodotto apparentemente di successo.

La scelta dei KPI, in altre parole, è un atto strategico travestito da scelta tecnica. Si parte sempre dagli obiettivi del business e dal proprio modello, si scelgono i pochi indicatori che li misurano davvero, e si lascia fuori tutto il resto con serenità. Come si traducono poi questi KPI in una routine di decisioni è il tema della strategia di messa a terra dei KPI, mentre cosa la piattaforma misura già da sola lo trovi nella guida ai KPI nativi di Shopify.

Qual è il KPI più importante per un ecommerce?

Non esiste un KPI unico valido per tutti, perché dipende dal modello e dagli obiettivi. Se però se ne dovesse scegliere uno trasversale, è il tasso di conversione, perché agisce da moltiplicatore su tutto il traffico e ogni suo miglioramento si applica all'intero business. Va sempre letto scomposto per sorgente e dispositivo, mai come media aggregata, e affiancato a una metrica di valore come l'AOV e a una di redditività come il margine.

Quanti KPI dovrei monitorare?

Pochi e organizzati per livello: due o tre indicatori di sintesi per chi decide la strategia, un gruppo ristretto che ne spiega i movimenti, le metriche di dettaglio nei team. Se un numero non trova posto in questa piramide, probabilmente non serve. La qualità di un cruscotto si misura dalle decisioni che produce, non dal numero di grafici.

Qual è un buon tasso di conversione per un ecommerce?

Di norma sta fra l'uno e il tre per cento, ma varia enormemente per settore e prezzo medio. Un brand di lusso ad alto scontrino converte molto meno di un ecommerce di largo consumo, e confrontarsi con il benchmark sbagliato porta a conclusioni errate. Il riferimento più utile non è la media di mercato, è il proprio valore storico e il proprio obiettivo.

Quali metriche è meglio ignorare?

Le metriche di vanità: il traffico grezzo senza la conversione, i follower e le impression senza ritorno in vendite, il fatturato lordo guardato senza sconti e resi. Sono numeri grandi e rassicuranti che non cambiano le decisioni. Ogni volta che un dato è grande e fa stare bene, conviene chiedersi cosa nasconde.

In ICT Sviluppo questa scelta la facciamo insieme alle aziende all'inizio di ogni progetto, perché un ecommerce che misura i numeri giusti decide meglio di uno che misura tutto. Scegliere pochi KPI e leggerli con disciplina non è una semplificazione, è la forma più alta di controllo.

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