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Diego Dal Lago·

Business Intelligence per ecommerce: strumenti, KPI e analisi dei dati

10 min di lettura

La Business Intelligence trasforma i dati di un ecommerce in decisioni: come funziona, quali strumenti servono e i KPI da monitorare per crescere.

business intelligence per ecommerce | Foto AI generatedImmagine generata con intelligenza artificiale

Un ecommerce produce dati in ogni istante. Ogni visita, ogni carrello, ogni ordine, ogni reso, ogni richiesta all'assistenza lascia una traccia, e a queste si aggiungono i numeri che arrivano dal gestionale, dal CRM, dalla logistica, dalle piattaforme pubblicitarie. Il problema, per chi gestisce un negozio online di una certa dimensione, non è la scarsità di dati: è il contrario. I dati ci sono, sono tanti, ma vivono sparsi in sistemi diversi che non si parlano, e nessuno ha il tempo di metterli insieme per leggerli.

La Business Intelligence nasce esattamente per colmare questa distanza. Non è un cruscotto colorato e non è un software da comprare e dimenticare: è il modo in cui un'azienda raccoglie i propri dati, li ripulisce, li unifica e li trasforma in informazioni leggibili, su cui poi si prendono decisioni. In un ecommerce significa sapere quali prodotti rendono davvero, da dove arrivano i clienti che valgono, dove si interrompe il percorso di acquisto e quanto costa tenere fermo un articolo in magazzino.

Vale la pena spiegare per bene di cosa parliamo, perché intorno alla Business Intelligence si è accumulato parecchio gergo che confonde più di quanto chiarisca. In questo articolo vediamo cosa significa applicarla a un ecommerce, come funziona dal dato grezzo alla decisione, quali indicatori conviene tenere d'occhio e perché, sotto tutto questo, conta moltissimo l'architettura su cui poggia il negozio.

Definizione, prima di tutto. Con Business Intelligence, abbreviata in BI, si indica l'insieme di tecnologie, processi e competenze che permettono di trasformare i dati grezzi di un'azienda in conoscenza utile a decidere. La definizione che ne dà Gartner è asciutta e centra il punto: un insieme di applicazioni, infrastrutture, strumenti e buone pratiche che danno accesso ai dati e li analizzano per migliorare le decisioni e le prestazioni.

Applicata a un ecommerce, la BI smette di essere un concetto astratto e diventa molto concreta. Significa rispondere con i numeri, e non a sensazione, a domande che ogni ecommerce manager si pone di continuo: quali campagne portano clienti che poi tornano a comprare e quali portano solo traffico che svanisce; qual è il margine reale di una categoria una volta tolti sconti, resi e costi di spedizione; in quale punto del percorso di acquisto si perde la maggior parte dei carrelli; quanto vale, nel tempo, un cliente acquisito su un canale rispetto a un altro.

La differenza rispetto al semplice guardare le statistiche della piattaforma è sostanziale. Il pannello nativo di un ecommerce racconta cosa è successo dentro il negozio. La BI mette in relazione quel cosa con tutto il resto: il costo di acquisizione che arriva dagli advertising, la marginalità che arriva dal gestionale, i tempi di consegna che arrivano dalla logistica, le richieste che arrivano dall'assistenza. È nell'incrocio di queste fonti che nasce l'informazione che fa decidere, non nel singolo numero isolato.

Il percorso che porta da un dato grezzo a una decisione passa sempre per gli stessi stadi, e capirli aiuta a non farsi abbagliare dal cruscotto finale, che è solo la punta dell'iceberg. Si parte dalla raccolta: i dati vengono estratti dalle varie sorgenti, la piattaforma ecommerce, il CRM, l'ERP, gli strumenti di analytics, le piattaforme pubblicitarie. Poi vengono normalizzati, cioè ripuliti e resi omogenei, perché lo stesso cliente o lo stesso prodotto spesso è scritto in modo diverso in sistemi diversi. Quindi vengono uniti in un unico contenitore. Solo a quel punto si analizzano e si visualizzano.

Il problema dei dati in silos

Il nemico numero uno di qualsiasi progetto di Business Intelligence ha un nome preciso: i silos. Un silo è un sistema che custodisce i propri dati e non li condivide con gli altri. Il marketing ha i suoi numeri, l'amministrazione i suoi, la logistica i suoi, e ciascuno legge la realtà dalla propria feritoia. Finché i dati restano separati, ogni reparto ottimizza il proprio pezzo e nessuno vede il quadro completo. Il marketing festeggia un picco di ordini che la logistica non riesce a evadere, e il margine che sembrava ottimo evapora nei costi di gestione che vivevano in un altro foglio.

Rompere i silos è il primo lavoro vero della BI, e quasi mai è un lavoro di software: è un lavoro di integrazione tra sistemi e di accordo tra persone. Per questo un progetto di Business Intelligence serio comincia mappando le fonti dati e capendo come farle dialogare, non scegliendo il colore dei grafici.

Il data warehouse, il magazzino dei dati

Il luogo dove i dati di tutte le fonti vengono finalmente messi insieme si chiama data warehouse, letteralmente magazzino dei dati. È un database costruito apposta per l'analisi, dove i numeri arrivano già ripuliti e organizzati in modo da poter essere interrogati in fretta. Accanto al data warehouse, negli ultimi anni si è diffuso il data lake, un contenitore più grezzo che accoglie anche dati non strutturati, ma per la maggior parte degli ecommerce la sostanza non cambia: serve un posto unico e affidabile da cui leggere, altrimenti ogni analisi parte da una fotografia diversa e i numeri non tornano mai.

Sopra questo magazzino lavorano gli strumenti di visualizzazione, quelli che producono i report e i cruscotti che tutti associano alla parola Business Intelligence: dashboard come Looker Studio, Power BI, Tableau o Metabase. Sono importanti, ma sono l'ultimo anello. Un cruscotto bellissimo costruito su dati sporchi e incompleti è peggio di nessun cruscotto, perché dà la sensazione di sapere mentre induce in errore.

Misurare tutto equivale a non misurare niente. La parte difficile della Business Intelligence non è produrre numeri, è scegliere i pochi che contano e ignorare il rumore. Questi numeri si chiamano KPI, Key Performance Indicator, indicatori chiave di prestazione: valori misurabili che dicono se ci si sta avvicinando agli obiettivi oppure no. Un buon set di KPI per ecommerce copre tre momenti, l'acquisizione, la conversione e la fidelizzazione, e li tiene insieme invece di guardarli separati. Su Shopify Plus, in particolare, abbiamo raccolto i KPI essenziali per chi gestisce vendite e operations.

Acquisizione: quanto costa e quanto vale un cliente

Sul fronte dell'acquisizione i due indicatori che reggono tutto sono il costo di acquisizione cliente, il CAC, e il valore del cliente nel tempo, il customer lifetime value o CLV. Il primo dice quanto spendi per portare a casa un cliente, il secondo quanto quel cliente ti restituisce lungo l'intera relazione. Guardati da soli ingannano: un CAC basso su clienti che comprano una volta e spariscono vale meno di un CAC alto su clienti che restano per anni. È il rapporto tra i due a dire se l'acquisizione è sana, e questo rapporto si vede solo mettendo insieme i dati della pubblicità con quelli degli ordini ripetuti, cioè facendo BI.

Conversione: dove si vince e dove si perde

Sul fronte della conversione il numero principe è il tasso di conversione, la percentuale di visitatori che completano un acquisto, affiancato dal valore medio dell'ordine e dal tasso di abbandono del carrello. Qui la Business Intelligence serve soprattutto a capire il dove e il perché: non basta sapere che il tasso di conversione è del due per cento, serve sapere in quale passaggio del percorso si perde la gente, su quali dispositivi, per quali categorie. Abbiamo dedicato un approfondimento a parte a tutte le leve che muovono il tasso di conversione di un ecommerce.

Fidelizzazione: il valore che si costruisce nel tempo

Sul fronte della fidelizzazione contano il tasso di clienti che tornano a comprare, la frequenza di riacquisto e il tasso di abbandono dei clienti, il churn. Sono gli indicatori più trascurati e quelli che spostano di più i conti, perché trattenere un cliente costa una frazione di quello che costa acquisirne uno nuovo. La BI permette di segmentare i clienti per comportamento, riconoscere chi sta per abbandonare prima che lo faccia e intervenire con l'offerta giusta al momento giusto.

Finora abbiamo parlato di leggere il passato e il presente. Il salto di qualità della Business Intelligence è guardare avanti, e qui entra in gioco l'analisi predittiva: l'uso dei dati storici per stimare cosa accadrà, con tutte le cautele del caso.

Niente sfera di cristallo: si analizzano le serie storiche delle vendite per riconoscere tendenze, stagionalità e cicli di acquisto, e su questa base si costruiscono modelli che stimano la domanda futura. Il beneficio più immediato è sulla gestione del magazzino. Prevedere con un margine ragionevole quanto si venderà di un articolo significa evitare le due sciagure speculari di ogni ecommerce: la rottura di stock, che manda il cliente dal concorrente proprio quando era pronto a comprare, e la scorta in eccesso, che immobilizza capitale e finisce a saldo.

L'analisi predittiva alimenta anche le decisioni di prezzo e promozione, perché permette di concentrare gli sconti dove e quando servono davvero invece di bruciare margine a pioggia, e apre alle simulazioni: cosa succede ai numeri se sposto il budget, se cambio la soglia di spedizione gratuita, se anticipo i saldi di una settimana. Sono domande a cui, senza un impianto dati solido, si risponde a istinto. Con la BI si risponde con uno scenario.

C'è un equivoco diffuso, e cioè che la Business Intelligence sia un layer che si appoggia sopra a qualsiasi ecommerce a fine progetto, una verniciata di dashboard sul finale. Nella pratica funziona al contrario. La qualità delle analisi dipende dalla qualità e dall'accessibilità dei dati a monte, e quindi dipende dall'architettura su cui è costruito il negozio. Un ecommerce che espone bene i propri dati, che si integra in modo pulito con il gestionale, con l'order management system e con il CRM, produce una BI affidabile quasi senza sforzo. Un ecommerce chiuso, da cui estrarre i dati è una battaglia, rende ogni analisi lenta e fragile.

È una delle ragioni per cui, nei progetti enterprise, la scelta della piattaforma pesa anche sul piano dei dati. Shopify Plus mette a disposizione API solide, un'esportazione dati ordinata e un ecosistema di connettori verso i principali data warehouse e strumenti di analisi, il che rende l'integrazione molto meno dolorosa rispetto a sistemi più chiusi. Abbiamo raccontato nel dettaglio come si imposta la Business Intelligence su Shopify Plus.

Questa è esattamente la parte di lavoro che in ICT Sviluppo affrontiamo con metodo: progettare l'integrazione tra l'ecommerce e i sistemi aziendali in modo che i dati fluiscano puliti verso il punto in cui vengono analizzati. La dashboard è la parte facile. La parte difficile, e quella che fa la differenza, è tutto ciò che sta sotto.

Si può comprare il miglior strumento di Business Intelligence sul mercato e non ricavarne nulla. Succede più spesso di quanto si creda, e quasi sempre per la stessa ragione: manca la cultura del dato. Per cultura del dato si intende l'abitudine, diffusa in azienda, di portare i numeri nelle decisioni invece delle opinioni, e di fidarsi di quei numeri perché si sa come sono stati prodotti.

Questa abitudine non si installa, si costruisce. Richiede che i dati siano accessibili a chi deve decidere e non chiusi in un reparto, che siano leggibili da chi non è un analista, e che ci sia in azienda qualcuno che presidia la qualità delle fonti. Le tecnologie della BI cambiano in fretta e conviene restare aperti alle novità, ma nessuna tecnologia sostituisce la decisione di un'organizzazione di guardare la realtà attraverso i dati. Lo strumento abilita, la cultura fa il risultato.

Qual è la differenza tra Business Intelligence e analytics?

Gli analytics, nel linguaggio comune, sono gli strumenti che misurano il comportamento degli utenti su un singolo canale, tipicamente il sito. La Business Intelligence è più ampia: mette insieme i dati di tutte le fonti aziendali, non solo del sito, e li trasforma in informazioni per decidere. Detto in breve, gli analytics sono una delle sorgenti che alimentano la BI, e abbiamo visto a parte come i dati e gli analytics migliorano le performance di un negozio.

Serve un data warehouse anche a un ecommerce di medie dimensioni?

Non sempre serve fin dal primo giorno, ma diventa quasi inevitabile quando le fonti dati si moltiplicano e i fogli di calcolo non bastano più a tenerle insieme. Il segnale tipico è quando lo stesso numero risulta diverso a seconda di chi lo estrae: vuol dire che ognuno parte da una fonte diversa, ed è il momento di centralizzare.

Quali strumenti di Business Intelligence si usano con un ecommerce?

Sul fronte della visualizzazione i più diffusi sono Looker Studio, Power BI, Tableau e Metabase. Sotto, servono un data warehouse e i connettori che portano i dati dalla piattaforma ecommerce, dal CRM e dall'ERP. La scelta dipende dalle dimensioni, dalle fonti da integrare e dalle competenze interne, e va fatta dopo aver mappato i dati, non prima.

Fare Business Intelligence in un ecommerce non vuol dire riempirsi di grafici. Vuol dire mettere ordine nei propri dati, romperne i silos, sceglierne pochi e farli parlare per decidere meglio: dove investire in acquisizione, dove sistemare il percorso di acquisto, quanto produrre o ordinare, quali clienti coltivare. La parte visibile, il cruscotto, è la più semplice. La parte che fa la differenza è l'impianto che la regge, e quell'impianto si progetta a monte, quando si costruisce il negozio e lo si integra con i sistemi aziendali. È lì che un progetto fatto con metodo si distingue da uno improvvisato, e si vede mesi dopo, ogni volta che un numero deve guidare una scelta.

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