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Redazione·

CRO per ecommerce: cos'è la conversion rate optimization e come aumentare le vendite

13 min di lettura

Cos'è il CRO, la conversion rate optimization per ecommerce: come si calcola il tasso di conversione, le leve da ottimizzare e il metodo per aumentare le vendite senza aumentare il traffico.

CRO per ecommerceImmagine generata con intelligenza artificiale

Aumentare le vendite di un ecommerce non significa per forza portare più persone sul sito. Spesso il traffico c'è già, ma si disperde: gli utenti arrivano, guardano, e se ne vanno senza comprare. La conversion rate optimization, il CRO, lavora esattamente su questo scarto, e trasforma in clienti una quota più alta delle persone che già visitano il negozio. È la leva più sottovalutata del commercio online, e quasi sempre la più redditizia.

Il motivo è semplice: il traffico si paga di continuo, l'ottimizzazione si fa e poi lavora a lungo. Raddoppiare le visite richiede budget pubblicitario crescente; migliorare il tasso di conversione dal 2 al 3 per cento aumenta le vendite del 50 per cento a parità di traffico e di spesa. Per questo il CRO non è un dettaglio tecnico ma una scelta strategica, e merita un metodo, non l'improvvisazione.

Il CRO, acronimo di conversion rate optimization, è l'insieme delle attività che aumentano la percentuale di visitatori che compiono l'azione desiderata: comprare, iscriversi, richiedere un preventivo. Nel commercio online l'azione che conta è quasi sempre l'acquisto, e il CRO punta a far sì che una frazione maggiore di chi entra nel negozio arrivi fino in fondo al checkout.

La differenza con l'acquisizione di traffico va capita bene. Investire in advertising e in posizionamento porta più persone davanti alla vetrina; il CRO fa in modo che, fra quelle già arrivate, più persone entrino e comprino. Sono due lavori complementari, ma il secondo ha un vantaggio economico evidente: ogni punto di conversione guadagnato vale su tutto il traffico, presente e futuro, senza un costo variabile che cresce con i volumi. È la ragione per cui le aziende strutturate trattano il CRO come un processo continuo, non come un intervento una tantum. Resta però che la qualità del traffico non nasce qui: dipende da scelte prese più a monte, cioè a chi si è deciso di parlare, con quale argomento e con quali leve di marketing, ed è lì che si stabilisce se le persone che arrivano sono quelle giuste.

Il tasso di conversione è il rapporto tra il numero di conversioni e il numero di visite, moltiplicato per cento. Se su mille visite si registrano venti acquisti, il tasso di conversione è del 2 per cento. La formula è banale, l'interpretazione molto meno.

Il primo errore è chiedersi quale sia il tasso giusto in assoluto. Non esiste. Dipende dal settore, dal prezzo medio, dal tipo di prodotto, dal mix di traffico. Un valore intorno al 2-3 per cento è comune per molti ecommerce, ma un negozio di beni di largo consumo a basso prezzo e uno di arredo di fascia alta vivono su numeri diversissimi, e confrontarli non ha senso. Il benchmark utile è il proprio dato nel tempo, misurato per segmenti, ed è su quello che si gioca buona parte del lavoro: quali valori siano normali e quali leve li spostino davvero è un discorso a sé.

Conta anche distinguere il dato aggregato dai segmenti. Il tasso medio nasconde più di quanto riveli: il traffico da mobile converte spesso meno del desktop, quello da campagne brand più di quello da campagne fredde, i clienti di ritorno molto più dei nuovi. Leggere la conversione per segmento è il primo passo per capire dove si perde, ed è il punto di partenza di ogni lavoro di CRO serio.

Un dato aiuta a capire la posta in gioco. Secondo il Baymard Institute il tasso medio di abbandono del carrello supera il 70 per cento: sette persone su dieci che hanno già messo un prodotto nel carrello non completano l'acquisto. È lì, sull'ultimo tratto del percorso, che il CRO trova il margine più grande e più immediato.

Il CRO non agisce su un solo punto, ma su tutta la catena che porta dall'ingresso nel sito alla conferma dell'ordine. Ogni anello può far perdere clienti, e ognuno si ottimizza con strumenti diversi. Vale la pena vederli uno per uno.

Le schede prodotto

La scheda prodotto è il momento della decisione. Foto e video di qualità, viste multiple, zoom e, dove possibile, la visualizzazione in tre dimensioni riducono l'incertezza di chi non può toccare il prodotto. Una buona scheda risponde in anticipo alle domande: misure, materiali, tempi e costi di spedizione, politica di reso. Anche le parole contano: un microcopy chiaro su disponibilità, consegna e garanzie abbassa l'attrito nel momento decisivo.

Il carrello e il checkout

È qui che si perde la maggior parte delle vendite già quasi concluse. Costi di spedizione mostrati troppo tardi, obbligo di creare un account, troppi campi da compilare, pochi metodi di pagamento: ogni ostacolo fa scendere persone dal treno all'ultima fermata. Capire le cause del carrello abbandonato e ottimizzare il checkout è tra gli interventi a più alto ritorno di tutto il CRO: si lavora su persone che hanno già deciso di comprare e che basta non perdere.

Le landing page

Le pagine su cui atterra il traffico delle campagne hanno un compito preciso: confermare in pochi secondi che l'utente è nel posto giusto. Coerenza tra l'annuncio e la pagina, un messaggio chiaro, una call to action visibile e la prova che ci si può fidare fanno la differenza tra un rimbalzo e una sessione che prosegue. Su questo terreno anche piccoli accorgimenti sulle landing page spostano numeri importanti, a patto che la struttura di base di una landing page per ecommerce sia quella giusta.

Fiducia, riprova sociale e velocità

Comprare online è un atto di fiducia. Recensioni, valutazioni, politiche di reso chiare e segnali di sicurezza al pagamento rassicurano chi non conosce il brand. E poi c'è la velocità: un sito lento perde clienti prima ancora che vedano il prodotto, e su mobile il margine è ancora più stretto. Una frequenza di rimbalzo alta sulle pagine d'ingresso è spesso il primo sintomo di un problema di performance o di pertinenza, e la performance tecnica non è un tema da sistemisti, è una leva di conversione a tutti gli effetti. Fiducia e velocità, del resto, sono due componenti di un tema più largo: la customer experience complessiva del negozio, e il modo in cui la digital experience viene progettata pesa sulla conversione quanto le singole ottimizzazioni di pagina.

Il CRO non è una raccolta di trucchi ma un metodo, e il metodo parte sempre dai dati, non dalle opinioni. Cambiare il colore di un pulsante perché lo ha fatto un concorrente non è ottimizzazione, è superstizione. Il lavoro serio segue alcune fasi che si alimentano a vicenda, ed è la stessa logica iterativa del growth driven design, che tratta il negozio come un prodotto in miglioramento continuo e non come un progetto da consegnare una volta sola.

Analisi commerciale

Prima dei numeri viene la domanda di fondo: chi compra, cosa, con quale marginalità. Capire quali prodotti reggono il business e quali clienti valgono davvero orienta tutto il resto, perché ottimizzare la conversione su un prodotto che non si vuole spingere è fatica sprecata.

Web analytics

I dati di navigazione dicono dove si rompe il percorso: in quale pagina gli utenti escono, quale passaggio del funnel perde più persone, da quali sorgenti arriva il traffico che converte. È la base quantitativa di ogni decisione, e va letta per segmenti, non solo in aggregato. Va anche deciso come assegnare il merito di una conversione ai canali che l'hanno preparata, perché i modelli di attribuzione cambiano la lettura dei numeri e, di conseguenza, l'ordine delle priorità.

Analisi euristica

L'analisi euristica è la revisione del sito alla luce dei principi riconosciuti di usabilità: chiarezza della navigazione, leggibilità, coerenza, assenza di attriti inutili. È un esame esperto che individua i problemi evidenti prima ancora di guardare un solo test, e spesso fa emergere i guasti più grossi a costo quasi nullo.

Monitoraggio del comportamento degli utenti

Le heatmap e le registrazioni delle sessioni mostrano cosa fanno le persone davvero: dove cliccano, fin dove scorrono, dove si bloccano. Quello che gli analytics dicono in numeri, questi strumenti lo mostrano in immagini, e i due livelli insieme spiegano non solo dove si perde un cliente ma perché.

Analisi delle buyer personas

Dietro ogni conversione c'è una persona con un bisogno e un'obiezione. Ricostruire chi sono i clienti tipo, cosa cercano, cosa li frena, permette di parlare la loro lingua nelle schede, nei testi e nelle offerte. Il CRO non è solo tecnica, è anche capire chi si ha davanti. La profilazione dei clienti serve esattamente a questo, e su un negozio con uno storico di ordini la matrice RFM permette di segmentare per valore reale invece che per intuizione.

Test A/B

Il test A/B è il banco di prova. Si confrontano due versioni di una pagina o di un elemento mostrandole a gruppi di utenti diversi e si misura quale converte meglio. È l'unico modo per sapere con certezza se un'ipotesi funziona, ma richiede traffico sufficiente perché il risultato sia attendibile: su volumi piccoli il dato resta rumore, e conviene partire dagli interventi che l'analisi ha già indicato come prioritari.

Una parte del lavoro di CRO dipende da cosa permette la piattaforma. Un checkout che si può ottimizzare, pagamenti rapidi nativi, velocità di caricamento, possibilità di costruire bundle e promozioni senza forzature: sono fattori strutturali, non cosmetici. È una delle ragioni per cui la scelta tecnologica e l'ottimizzazione delle conversioni non vanno trattate come temi separati, e per cui le differenze tra Shopify e Shopify Plus pesano anche sul tasso di conversione.

Su Shopify il checkout ottimizzato e i metodi di pagamento accelerati lavorano a favore della conversione fin da subito, e su Shopify Plus il margine di personalizzazione si allarga ancora. La piattaforma non fa il CRO al posto tuo, ma può togliere o aggiungere attrito su scala, e questo, sui grandi volumi, pesa. Si vede benissimo nei picchi stagionali, dove reggere il Black Friday senza perdere ordini dipende da scorte, performance e checkout molto più che dalla generosità dell'offerta.

Una parte del CRO non riguarda l'interfaccia ma la costruzione della decisione. La spinta gentile del nudge marketing, la leva della scarsità quando è reale e dichiarata, il ritmo delle vendite flash e dei drop agiscono tutte sullo stesso punto: il momento in cui l'utente sceglie se comprare adesso o rimandare, e rimandare, nel commercio online, significa quasi sempre non comprare. Sono leve potenti e per questo delicate. Usate senza fondamento erodono la fiducia che tutto il resto del lavoro cerca di costruire, e la direttiva Omnibus sugli annunci di riduzione di prezzo ha reso il confine tra pressione legittima e scorciatoia molto più netto. Sotto tutte queste tattiche, però, c'è una decisione che viene prima: quale strategia di prezzo si sta applicando, dal prezzo psicologico al bundle all'abbonamento.

Il tasso di conversione non si costruisce solo prima dell'ordine. Un servizio clienti che risponde bene e dei reclami gestiti invece che subiti alzano la quota di clienti che tornano, e i clienti di ritorno convertono molto più dei nuovi: la media generale si sposta senza toccare una riga del sito. Sul piano dei dati vale lo stesso principio. Un CRM collegato all'ecommerce trasforma lo storico degli ordini in segmenti utilizzabili, e da lì in comunicazioni che riportano sul sito persone già predisposte all'acquisto, cioè il traffico che converte meglio di qualunque altro.

Confrontare il proprio dato con una media generica serve a poco, perché ogni settore ha una dinamica di acquisto diversa. Un negozio di beni di largo consumo a basso prezzo converte più facilmente di uno che vende arredo su misura o orologi di fascia alta, dove la decisione è lunga e ponderata. Un acquisto d'impulso si chiude in una sessione, un acquisto importante matura in giorni e su più visite, spesso nato sullo smartphone e concluso dal desktop. Pretendere lo stesso tasso da contesti così diversi non è ambizione, è un errore di metodo, e porta a intervenire dove non serve. La regola pratica che regge quasi sempre è che il tasso di conversione scende man mano che sale il carrello medio, ed è fisiologico che sia così.

Lo stesso vale per il canale. Il traffico da email e quello di chi arriva direttamente convertono molto più del traffico social a freddo, che intercetta persone non ancora pronte a comprare. Per questo il dato per canale dice più del dato complessivo: mostra dove si sta investendo bene e dove si stanno pagando visite che non diventeranno ordini. A volte la mossa giusta non è alzare la conversione di una pagina, è spostare budget da un canale che porta curiosi a uno che porta clienti, e lo si scopre solo leggendo i numeri per segmento. Il social, poi, non è solo una sorgente da cui portare gente sul sito: vendere direttamente dentro le app social accorcia il percorso e cambia i conti.

C'è infine la dimensione del paese, che nei progetti internazionali è la più sottovalutata. Un negozio che vende all'estero senza adattare valuta, lingua, metodi di pagamento locali e aspettative sulla consegna vede crollare la conversione sui mercati esteri, e la causa quasi mai è il prodotto: è l'esperienza che non parla la lingua di chi compra. Aprire un mercato senza fare questo lavoro significa comprare traffico che non converte, e l'internazionalizzazione fatta bene è, prima di tutto, una leva di conversione.

Tre errori si ripetono. Il primo è cambiare senza misurare: si interviene a sensazione e non si sa mai se è servito. Il secondo è copiare i concorrenti, dando per scontato che ciò che funziona per loro funzioni anche per il proprio pubblico, che è quasi sempre diverso. Il terzo è cercare la singola modifica miracolosa: il CRO è fatto di tanti piccoli guadagni che si sommano nel tempo, non di un colpo di genio. Chi lo tratta come un processo, e non come un evento, è quello che alla fine vede crescere le vendite.

Accanto a questi tre errori di metodo ce ne sono quattro di sostanza, che emergono in quasi ogni audit. Il primo è nascondere i costi: spedizioni, dazi o supplementi che compaiono solo all'ultimo passo del checkout fanno scappare le persone, perché si sentono ingannate, e mostrare tutto presto converte meglio che sorprendere male alla fine. Il secondo è chiedere troppo, con registrazioni obbligatorie e campi inutili prima ancora dell'acquisto: ogni richiesta in più è una porta da cui qualcuno esce, e il checkout come ospite recupera una quota di vendite che altrimenti si perde.

Il terzo è la mancanza di chiarezza sulle politiche, perché chi non capisce come funziona il reso o quanto costa la spedizione, nel dubbio, non compra. Il quarto è il più insidioso e riguarda il traffico: ottimizzare un negozio che riceve le visite sbagliate è fatica sprecata. Portare sul sito persone che non c'entrano con quello che si vende gonfia le sessioni e schiaccia il tasso di conversione, e in quel caso il problema non è il sito, è ciò che gli si manda sopra. Conversione e acquisizione vanno lette insieme, mai separate: è il motivo per cui costruire un funnel che genera contatti qualificati conta quanto ottimizzare la pagina su cui poi atterrano.

Cos'è il CRO?

Il CRO, conversion rate optimization, è l'attività di ottimizzazione che aumenta la percentuale di visitatori di un ecommerce che completano un'azione di valore, in primo luogo l'acquisto. Lavora sul traffico già esistente invece di cercarne di nuovo.

Qual è un buon tasso di conversione per un ecommerce?

Non esiste un valore valido per tutti. Molti ecommerce si collocano intorno al 2-3 per cento, ma il dato cambia molto per settore, prezzo e tipo di traffico. Il riferimento più utile è la propria evoluzione nel tempo, misurata per segmenti, più che la media di mercato.

Che differenza c'è tra aumentare il traffico e fare CRO?

Aumentare il traffico porta più persone sul sito, di solito con una spesa che cresce con i volumi. Il CRO aumenta la quota di chi compra fra le persone già arrivate, e il guadagno vale su tutto il traffico senza un costo variabile che sale. Sono complementari, ma il CRO ha il ritorno economico più duraturo.

Servono molti dati per i test A/B?

Sì. Un test A/B dà risultati affidabili solo con traffico e conversioni sufficienti a raggiungere la significatività statistica. Su volumi bassi conviene partire dall'analisi qualitativa, euristica e comportamentale, e tenere i test per quando i numeri reggono.

Le leve descritte qui sono alla portata di chiunque gestisca un ecommerce con metodo, e molte si applicano senza aiuto esterno. Il calcolo cambia quando il catalogo è ampio, il traffico è significativo e i margini in gioco sono importanti: a quel punto anche mezzo punto di conversione vale cifre che giustificano un lavoro specialistico. Tema, checkout, performance, ricerca interna e integrazioni con i sistemi aziendali vanno orchestrati insieme, non a pezzi, perché è dalla loro interazione che nasce l'attrito che nessuna singola ottimizzazione riesce a togliere. È esattamente il lavoro che facciamo ogni giorno su Shopify e Shopify Plus: non rendere un negozio più bello, ma renderlo capace di trasformare le visite in ordini.

Il CRO è il modo più efficiente per far crescere un ecommerce con il traffico che si ha già. Non è una scorciatoia né una collezione di trucchi, è un metodo che parte dai dati, interviene sulle leve giuste, schede, carrello, checkout, fiducia, velocità, e misura ogni cambiamento prima di tenerlo. Governare questa complessità con metodo, invece che a intuito, è esattamente il tipo di lavoro su cui si misura la differenza tra un progetto improvvisato e uno costruito per vendere.

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