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Redazione·

Carrello abbandonato: le strategie per recuperarlo e ridurre il tasso di abbandono

11 min di lettura

Sette carrelli su dieci vengono abbandonati. Le cause reali e le strategie per ridurre il tasso di abbandono e recuperare i clienti, dalla prevenzione nel checkout al recupero.

Carrello abbandonato le strategie per recuperarlo e ridurre il tasso di abbandonoImmagine generata con intelligenza artificiale

Sette carrelli su dieci vengono abbandonati prima del pagamento. È un dato che resta quasi identico da oltre dieci anni, e a un primo sguardo sembra una condanna. In realtà racconta qualcosa di più sottile sul modo in cui le persone comprano online: il carrello non è una promessa di acquisto, è un gesto esplorativo, un modo per mettere via, confrontare, ragionare. Una parte di quegli abbandoni non si recupererà mai, ed è giusto così.

Il punto non è azzerare l'abbandono, sarebbe impossibile, ma capire quanta parte di quei carrelli pieni e lasciati lì è recuperabile, e con quali leve. Perché dietro a molti abbandoni non c'è un ripensamento, c'è un ostacolo: un costo che spunta all'ultimo, un modulo troppo lungo, un pagamento che non si trova, una domanda rimasta senza risposta. Quegli ostacoli si tolgono, e ogni ostacolo tolto è un ordine in più.

Questo articolo distingue le due battaglie che vanno combattute insieme. La prima è la prevenzione, si vince nel checkout, eliminando l'attrito che fa scappare le persone. La seconda è il recupero, riportare indietro chi se n'è andato, con i canali e i tempi giusti. Confonderle, o puntare solo sulla seconda, è l'errore che fa sprecare la maggior parte del budget.

Si parla di carrello abbandonato quando una persona aggiunge uno o più prodotti al carrello ma lascia il sito senza completare l'acquisto. Il tasso di abbandono si calcola in modo semplice: uno meno il rapporto tra acquisti completati e carrelli creati, moltiplicato per cento. Se su cento carrelli trenta diventano ordini, il tasso di abbandono è del 70%.

Ed è proprio intorno al 70% che si attesta la media globale. Il Baymard Institute, che aggrega una cinquantina di studi indipendenti, calcola un tasso medio del 70,2%, un valore rimasto sorprendentemente stabile per più di un decennio nonostante i progressi nei pagamenti e nel design. C'è anche un pavimento sotto cui è irrealistico scendere: per un checkout ottimizzato la soglia fisiologica si colloca intorno al 55-60%, perché una quota di persone sta solo guardando le vetrine e non comprerebbe in nessun caso.

Il dato cambia molto a seconda del contesto. Sul mobile l'abbandono è strutturalmente più alto, intorno all'80% contro circa il 66-70% del desktop, uno scarto di una quindicina di punti che non si è mai chiuso, anche perché il traffico si è spostato sul telefono più in fretta di quanto i checkout si siano adattati. Cambia anche per settore: la spesa alimentare abbandona meno, intorno al 50-58%, mentre viaggi e finanza arrivano oltre l'80%.

La dimensione economica è enorme. Si stima che ogni anno valgano migliaia di miliardi di dollari i prodotti lasciati nei carrelli. La parte interessante, però, è quella recuperabile: secondo il Baymard Institute, solo lavorando sull'esperienza di checkout le aziende di Stati Uniti ed Europa potrebbero riconquistare circa 260 miliardi di dollari di ordini persi, con un aumento del tasso di conversione fino al 35%. Non è marketing aggressivo, è togliere attrito.

Prima di mettere mano a qualsiasi strategia conviene capire perché le persone se ne vanno, perché ogni causa ha un rimedio diverso. Le ricerche del Baymard Institute, condotte su campioni di acquirenti reali, isolano subito un dato a parte: circa il 43% dichiara di aver abbandonato perché stava solo guardando, non era pronto a comprare. Quella fetta è in larga parte fisiologica e non si combatte con un'email.

Tolto il puro window shopping, le ragioni vere si concentrano in poche voci ricorrenti, e quasi tutte si possono risolvere.

  • Costi extra inattesi: spese di spedizione, tasse e commissioni che compaiono solo alla fine sono la prima causa in assoluto, citata dal 48% di chi abbandona, e lo sono da sei anni di fila.
  • Obbligo di creare un account: circa un quarto delle persone se ne va quando il sito impone la registrazione prima di poter comprare.
  • Sfiducia nel lasciare i dati della carta: quasi una persona su cinque abbandona perché non si fida a inserire i dati di pagamento su un sito che non la rassicura.
  • Checkout troppo lungo o complicato: circa un quinto rinuncia davanti a un processo percepito come macchinoso, con troppi passaggi e troppi campi da compilare.
  • Consegna troppo lenta: tra il 20 e il 24% lascia il carrello quando i tempi di consegna non sono accettabili.
  • Pochi metodi di pagamento: circa il 13% abbandona se non trova il proprio metodo preferito al momento di pagare.

C'è un'osservazione che cambia le priorità: quasi tutte queste cause sono attriti, non ripensamenti. Nessuna email di recupero, per quanto ben scritta, può sanare un costo nascosto o un modulo infinito. Si risolvono alla fonte, nel checkout. Per questo la prevenzione viene prima del recupero, sempre.

Il carrello più facile da recuperare è quello che non viene mai abbandonato. È qui che si gioca la partita più redditizia, perché agire sul checkout migliora la conversione di tutti, non solo di chi torna dopo. Vediamo le leve, in ordine di impatto. È il cuore del CRO, l'ottimizzazione del tasso di conversione, che lavora esattamente su questo: il traffico che si ha già.

Trasparenza sui costi fin dal primo passo

Se la causa numero uno è il costo che spunta alla fine, la prima mossa è ovvia e quasi nessuno la fa bene: mostrare il totale, spedizione e tasse comprese, prima di entrare nel checkout, non al passaggio del pagamento. Soglie di spedizione gratuita comunicate chiaramente, un calcolo dei costi visibile già nel carrello, l'assenza di sorprese. L'onestà sul prezzo non è una cortesia, è la leva di conversione più sottovalutata.

Checkout come ospite e moduli ridotti all'osso

Obbligare alla registrazione prima dell'acquisto fa scappare un cliente su quattro. Il checkout come ospite va offerto sempre, lasciando la creazione dell'account come passaggio facoltativo dopo l'ordine. Sul numero di campi i dati sono netti: un checkout medio ne mostra circa undici di default, mentre l'ideale si ferma a sette o otto, e ogni campo in più oltre l'ottavo fa calare il tasso di completamento di alcuni punti. Compilazione automatica, completamento dell'indirizzo, un'unica pagina invece di una sequenza di passaggi: l'esperienza d'uso conta qui più che altrove. Anche un indicatore di avanzamento, che mostra a che punto si è arrivati, riduce l'ansia e gli abbandoni.

Pagamenti accelerati, wallet e dilazione

Il modo più veloce per ridurre l'attrito del pagamento è non farlo digitare. I portafogli digitali come Apple Pay e Google Pay e i checkout accelerati come Shop Pay permettono di concludere con un'impronta o un tocco, saltando del tutto la compilazione. I numeri sono concreti: l'introduzione di Apple Pay si associa a incrementi di conversione intorno al 22%, e i metodi di pagamento nativi sul mobile abbassano l'abbandono da smartphone di otto, dodici punti. A questo si aggiungono la varietà dei metodi, visto che il 13% se ne va senza il proprio preferito, e le formule di dilazione, il Buy Now Pay Later, ormai attese su molti carrelli.

Fiducia e segnali di sicurezza

Una persona su cinque non completa l'acquisto perché non si fida. La fiducia si costruisce con segnali concreti: il lucchetto della connessione sicura, i loghi dei circuiti di pagamento riconoscibili, le recensioni visibili, una politica di reso chiara e un servizio clienti raggiungibile. Su un sito sconosciuto questi dettagli non sono decorazioni, sono ciò che fa la differenza tra inserire i dati della carta e chiudere la scheda.

Consegna e resi senza ambiguità

La logistica è parte del checkout, non un dettaglio successivo. Secondo una ricerca di DHL, l'81% delle persone abbandonerebbe se non trovasse la propria opzione di consegna preferita, e il 79% se mancasse l'opzione di reso desiderata. I tempi contano: tra il 20 e il 24% lascia il carrello quando la consegna è troppo lenta. Cresce anche il peso della sostenibilità, con una persona su tre che dichiara di aver rinunciato a un acquisto per ragioni ambientali. Opzioni chiare, tempi realistici e una politica di reso senza trappole sono leve di vendita a tutti gli effetti.

Velocità e assenza di errori

Un checkout lento o che si inceppa perde le persone nel momento peggiore, quando hanno già deciso di comprare. Tempi di caricamento bassi, nessun errore di validazione poco chiaro, nessun blocco, soprattutto sul mobile dove la pazienza è minima. La parte tecnica qui non è un contorno, è la condizione perché tutto il resto funzioni.

Anche con un checkout perfetto, una parte delle persone se ne andrà comunque: distratte, indecise, interrotte dalla vita. Il recupero è il secondo fronte, e funziona molto meglio se si parte da un principio: non tutti i carrelli abbandonati hanno lo stesso valore, e il messaggio va calibrato sull'intenzione di chi lo riceve. Sapere chi è quella persona, però, presuppone uno strumento che se lo ricordi: quale CRM scegliere fra Shopify, HubSpot e Klaviyo è una scelta che si fa prima, non dopo il primo carrello perso.

Le email di recupero

Restano lo strumento più collaudato. Una sequenza ben fatta prevede di solito tre messaggi: un primo promemoria a poca distanza dall'abbandono, un secondo dopo un giorno, un terzo dopo due o tre giorni, eventualmente con un incentivo. La personalizzazione è tutto: il nome, i prodotti lasciati nel carrello, magari una recensione di quel prodotto. I tassi di recupero diretti si aggirano tra il 3 e il 5%, una percentuale che sembra piccola ma che, sul volume, ripaga ampiamente il costo dell'automazione. Piattaforme come Klaviyo o Omnisend gestiscono questi flussi in modo affidabile: il carrello è solo uno dei flussi che compongono l'email marketing automation di un ecommerce.

SMS e WhatsApp

Dove c'è il consenso, i messaggi diretti battono l'email su immediatezza e tassi di apertura. Un SMS o un messaggio su WhatsApp arriva e viene letto in pochi minuti, ed è particolarmente efficace sui carrelli ad alta intenzione. Chi sta su Shopify può tenere i due canali insieme: Shopify Messaging unisce email e SMS, gratis fino a una certa soglia di invii. Vale la regola di sempre: è lo spazio privato delle persone, quindi permesso esplicito, pertinenza e misura, altrimenti l'effetto è opposto.

Le notifiche push, se c'è un'app

Per chi ha un'app proprietaria, la notifica push è un canale di recupero immediato, che raggiunge l'utente senza passare da provider esterni. Funziona bene per i brand con acquisti frequenti e una base fedele, dove l'app ha senso, meno per chi vende di rado.

Intervenire prima dell'abbandono

La frontiera più interessante non è recuperare dopo, è intervenire prima che la persona se ne vada. Messaggi all'uscita, suggerimenti contestuali, assistenti che rispondono in tempo reale alla singola domanda rimasta in sospeso, sempre più spesso basati su intelligenza artificiale. I dati su questi interventi prima dell'abbandono parlano di tassi di recupero molto più alti, nell'ordine del 30-38%, perché agiscono quando l'intenzione è ancora calda, invece di rincorrere un cliente già uscito. È il modo più efficiente di trattare il problema, perché lo affronta dove nasce.

Retargeting e segmentazione per intenzione

Gli annunci di retargeting riportano sul sito chi ha già mostrato interesse, ma vanno usati con testa. L'intenzione di acquisto cambia con la fonte di traffico: chi arriva da una ricerca organica converte molto più di un pubblico freddo intercettato su un social, e la stessa email di recupero rende il doppio se mandata a chi aveva un'intenzione reale. Segmentare per fonte e per comportamento evita di bruciare budget su chi non sarebbe mai tornato — ed è il lavoro che la marketing automation per l'ecommerce fa in continuo, senza che nessuno debba ricordarsene ogni volta.

Il tasso di abbandono va misurato distinguendo due cose diverse: l'abbandono del carrello, più ampio, e l'abbandono del checkout, che misura le rinunce una volta iniziato il pagamento. Il primo serve a leggere la strategia, il secondo a diagnosticare i problemi precisi del checkout. Soprattutto, il proprio numero va confrontato con il settore di appartenenza, non con la media generale del 70%: un alimentare e un sito di viaggi vivono in mondi diversi. Da lì si lavora per ipotesi, testando una modifica alla volta e ascoltando le persone, per esempio con una breve domanda all'uscita su cosa le ha fermate. L'obiettivo realistico non è lo zero, è avvicinarsi a quella soglia fisiologica del 55-60% recuperando tutto ciò che sta in mezzo.

Qual è un buon tasso di abbandono del carrello?

La media globale è intorno al 70%, ma non è un buon riferimento per tutti. Il valore va confrontato con il proprio settore, dato che la spesa alimentare si ferma al 50-58% mentre viaggi e finanza superano l'80%. La soglia sotto cui è irrealistico scendere, anche con un checkout ottimo, è circa il 55-60%, perché una parte delle persone sta solo guardando.

Qual è la causa principale dell'abbandono del carrello?

I costi extra inattesi, ovvero spedizione, tasse e commissioni che compaiono solo alla fine. È la prima causa da sei anni di fila, citata dal 48% di chi abbandona. Il rimedio è mostrare il totale completo prima di iniziare il checkout, non al momento del pagamento.

Le email di recupero del carrello funzionano ancora?

Sì, con tassi di recupero diretti tra il 3 e il 5% che, sul volume, ripagano abbondantemente. Ma sono il secondo passo, non il primo: un'email non può sanare un costo nascosto o un checkout macchinoso. Prima si toglie l'attrito, poi si recupera chi resta.

Quante email di recupero conviene inviare e quando?

Una sequenza di tre messaggi funziona bene nella maggior parte dei casi: un promemoria a breve distanza dall'abbandono, un secondo dopo circa un giorno e un terzo dopo due o tre giorni, eventualmente con un incentivo riservato all'ultimo. Personalizzare con nome e prodotti lasciati nel carrello fa la differenza. Il carrello, però, è una delle sette occasioni buone: ci sono altri esempi di email automatiche che vale la pena impostare una volta sola e lasciar lavorare.

Conviene offrire uno sconto per recuperare un carrello?

Con cautela. Lo sconto sistematico insegna alle persone ad abbandonare apposta per ottenerlo, erodendo il margine. Meglio riservarlo ai carrelli ad alto valore o ai clienti giusti, e provare prima leve che non costano marginalità, come la spedizione gratuita oltre una soglia o il semplice promemoria.

L'abbandono del carrello non si combatte con un singolo trucco, si governa come un sistema. Da una parte la prevenzione, che vive nel checkout e migliora la conversione di chiunque: prezzi trasparenti, moduli brevi, pagamenti rapidi, fiducia, consegna chiara, velocità. Dall'altra il recupero, che riporta indietro una parte di chi è uscito, con email, messaggi, interventi in tempo reale e retargeting calibrati sull'intenzione. Tenere insieme i due lati vuol dire avere i dati in un posto solo, ed è esattamente dove un CRM incide sulle vendite.

Le due battaglie si rafforzano a vicenda, ma l'ordine conta: chi parte dal recupero senza aver sistemato il checkout rincorre clienti che continuerà a perdere allo stesso punto. In ICT Sviluppo trattiamo l'imbuto come un'unica architettura, dove il dato di abbandono non è un numero da subire ma una mappa di dove intervenire. Sette carrelli su dieci se ne vanno: la differenza la fa quanto bene si conoscono i tre che restano, e perché gli altri sette se ne sono andati.

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