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Paola Natarelli·

Mobile commerce: come gli italiani comprano da smartphone e come intercettarli

11 min di lettura

Il mobile commerce non è più una tendenza ma il modo in cui si vive online. I dati su come si compra da smartphone e le leve per intercettare chi vive nelle app.

Mobile commerce: come gli italiani comprano da smartphone e come intercettarliImmagine generata con intelligenza artificiale

Per anni il mobile è stato trattato come un canale da ottimizzare, una casella da spuntare accanto al desktop. Quella fase è chiusa. Oggi il telefono non è un dispositivo tra gli altri, è il luogo in cui le persone vivono la giornata, e lo shopping è soltanto uno dei gesti che accadono al suo interno, tra un messaggio, un video e una notifica.

Il dato che conta non è più quanto cresce il mobile commerce, perché quella partita è già stata vinta. A livello mondiale gli acquisti da smartphone valgono circa il 59% dell'intero ecommerce nel 2025, intorno ai 2500 miliardi di dollari, secondo le rilevazioni di Statista. Il punto vero è un altro: capire come si comporta chi tiene in mano il telefono cinque, sei ore al giorno, e costruire un marketing capace di intercettarlo in quei gesti, invece di aspettare che si sieda a un computer.

Questo articolo parte dai numeri, perché senza numeri restano solo le opinioni, e poi entra nella parte operativa: dove si trova davvero l'attenzione delle persone, perché il mobile converte meno di quanto traffico genera, e con quali leve, le app, le notifiche, la messaggistica, i pagamenti, si trasforma un'abitudine quotidiana in un acquisto.

Il quadro globale non lascia spazio a interpretazioni. Il mobile genera la maggioranza del traffico ecommerce, tra il 75% e il 78% delle visite, e ormai più della metà delle vendite. Lo si vede bene nello scarto tra visite e ordini: gli smartphone portano oltre tre quarti del traffico ma una quota di ordini più bassa, segno che il telefono è dove si guarda, non sempre dove si conclude. Durante le feste del 2025, quando il commercio tocca il suo picco, lo smartphone ha pesato per oltre il 56% delle vendite online dell'intera stagione, con un massimo del 66% il giorno di Natale secondo Adobe Analytics, e più di otto pagamenti dilazionati su dieci sono partiti da un telefono.

In Italia il quadro ha una piega particolare, e va capita bene perché cambia le priorità. Gli italiani passano quasi sei ore al giorno online, come fotografa il report Digital 2025 di We Are Social, ma quando si arriva a concludere un acquisto il desktop tiene ancora il primato per valore, con il 57,9% contro il 42,1% del mobile. È una controtendenza rispetto al resto del mondo, dove il mobile ha superato il desktop anche sulle conversioni.

Sarebbe un errore leggere questo dato come un segno che in Italia il mobile conti meno. È vero il contrario. Gli italiani vivono, scoprono e decidono sul telefono, ma una parte consistente rimanda la conclusione al desktop, spesso perché l'esperienza mobile di chi vende non è all'altezza del gesto che chiede. Quel divario tra dove nasce il desiderio e dove si chiude l'acquisto non è un limite del canale, è lo spazio di lavoro di chi fa marketing e di chi costruisce l'esperienza.

C'è un numero che spiega più di tanti ragionamenti dove si gioca la partita: del tempo che passiamo sullo smartphone, circa il 94% lo trascorriamo dentro le app, e solo il 6% in un browser. Il web aperto, quello dei siti, è la coda di un percorso che comincia quasi sempre altrove, dentro un feed, una chat o una notifica.

In Italia questo si traduce in abitudini precise. WhatsApp è usata ogni mese da circa il 90% delle persone, Instagram e Facebook da tre quarti della popolazione. TikTok da solo assorbe quasi trenta ore al mese per utente, YouTube diciassette, Instagram quindici. Sono numeri che ridisegnano la geografia dell'attenzione: il negozio non è più un luogo dove si entra, è un contenuto che scorre dentro un'app insieme a tutto il resto.

Anche la spesa segue le app. A livello mondiale gli acquisti effettuati dentro le applicazioni hanno toccato i 167 miliardi di dollari nel 2025, e per la prima volta le app che non sono giochi hanno superato quelle di gioco per denaro speso dai consumatori. Un marketing che ragiona ancora solo in termini di portare traffico al sito sta ottimizzando l'ultimo metro e ignorando il chilometro che lo precede.

Qui sta il nodo che fa impazzire chiunque guardi i propri dati. Il mobile porta la maggioranza delle visite, ma converte meno del desktop: il tasso di conversione mobile si aggira intorno al 2%, quello desktop intorno al 3%, e su molti cataloghi il desktop converte da una volta e mezza a due volte tanto. Anche lo scontrino medio è più alto da computer, dove le persone si fidano di più a spendere cifre importanti.

Le ragioni sono tre, e conviene tenerle distinte.

  • La ricerca è mobile, la decisione costosa no: molte persone esplorano dal telefono e poi concludono gli acquisti impegnativi sullo schermo grande, dove hanno più contesto e più fiducia.
  • La frizione è mobile: moduli lunghi, checkout pensati per il mouse, tempi di caricamento che il pollice non perdona, sono tutti motivi per cui un carrello pieno resta tale.
  • L'intento è spesso esplorativo: buona parte del tempo speso sul telefono è intrattenimento e scoperta, non acquisto immediato, e il marketing deve accompagnare il passaggio, non darlo per scontato.

Tutto questo non dice che il mobile non vende, dice che il mobile vende a chi rimuove la frizione e accompagna il gesto. Il divario tra traffico e conversione non è una condanna, è la misura esatta di quanto margine c'è da recuperare, e si recupera lavorando sull'esperienza, dal tempo di caricamento al recupero del carrello abbandonato.

Per anni la scoperta di un prodotto passava dai motori di ricerca. Oggi in Italia i social hanno superato i motori e i comparatori come canale principale attraverso cui le persone scoprono nuovi brand. Una persona su quattro dichiara di aver conosciuto un prodotto o un servizio grazie a un annuncio sponsorizzato che le è scorso davanti mentre faceva altro.

TikTok, Instagram e YouTube sono il nuovo scaffale, e il caso di Temu e Shein lo dimostra in modo quasi didascalico: due insegne entrate stabilmente tra le app più usate dagli italiani con una strategia interamente mobile, fatta di sconti, gamification e notifiche continue. Il social commerce, il live shopping e le prove virtuali in realtà aumentata non sono scenari futuri, sono già il modo in cui una fetta crescente di persone passa dalla scoperta all'acquisto senza mai uscire dall'applicazione.

Capite le abitudini, la domanda diventa operativa: con quali leve si intercetta una persona che vive dentro le app, e si trasforma la sua attenzione in un acquisto. Non esiste una leva sola, esiste un sistema, e ogni pezzo va scelto in base alla frequenza d'acquisto e alla fedeltà della propria base clienti.

L'app proprietaria e le notifiche push

Un'app è un canale di proprietà, a differenza dei social dove l'attenzione è presa in affitto e l'algoritmo decide chi raggiungi. Le notifiche push, usate con misura, sono lo strumento di retention più potente a disposizione: diversi studi misurano tassi di permanenza da due a cinque volte superiori per gli utenti che ricevono notifiche regolari rispetto a chi non ne riceve nessuna. Il punto delicato è la soglia, perché lo smartphone medio riceve decine di notifiche al giorno e la rilevanza è tutto: una notifica utile fidelizza, una inutile fa disinstallare.

Le app più apprezzate sono quelle che restituiscono un vantaggio concreto. Programmi fedeltà e offerte esclusive sono le funzioni che gli utenti indicano come più preziose, oltre il 60% le considera la ragione principale per tenere un'app sul telefono. Questo dice anche a chi un'app conviene davvero: a chi ha frequenza d'acquisto e una base fedele da coltivare, non a chiunque venda online.

La messaggistica come canale diretto

WhatsApp è l'applicazione più diffusa in Italia, e questo la rende un canale di marketing che pochi sfruttano davvero. Liste broadcast, canali, messaggi transazionali e conversazionali raggiungono tassi di apertura che l'email può solo sognare. Va però trattata con rispetto, perché è lo spazio privato delle persone: il permesso e la pertinenza non sono optional, sono la condizione per restarci. Telegram serve bene le community, e il principio resta uno: parlare dove le persone già sono, non dove vorremmo che fossero.

I social e i creator come parte alta dell'imbuto

I social non vanno usati come un megafono che ripete il catalogo, ma come il luogo della scoperta, dove si forma il desiderio prima ancora del bisogno. Contenuti nativi, creator credibili, formati verticali, sponsorizzate costruite su un pubblico ben definito. Vale la pena ricordare un dato che inquadra la posta in gioco: una larga maggioranza dei giovani italiani dichiara un rapporto quasi di dipendenza con lo smartphone e le sue app. È lì, in quel flusso, che si decide se un brand esiste o no.

I pagamenti senza attrito

Il checkout è il punto preciso in cui il mobile perde le persone. I portafogli digitali come Apple Pay e Google Pay, il pagamento in un tocco, l'autenticazione biometrica e i checkout accelerati come Shop Pay riducono i passaggi da molti a uno, e ogni passaggio tolto è un cliente in più che arriva in fondo. Il Buy Now Pay Later, la dilazione del pagamento, è ormai un fenomeno quasi interamente mobile: durante le feste del 2025 più di otto pagamenti dilazionati su dieci sono arrivati da smartphone. Pagare deve costare un gesto, non una compilazione.

La velocità e l'esperienza

Mezzo secondo di caricamento in più si traduce in clienti persi, perché sul telefono la concorrenza non è solo l'altro negozio, è la facilità di chiudere l'app e tornare al feed. Tempi di risposta, peso delle immagini, fluidità dello scorrimento e un checkout snello non sono dettagli tecnici, sono leve di vendita. È il terreno del design responsive e dell'esperienza d'uso, che sul mobile non perdona la lentezza.

L'email e il CRM, ancora vivi ma mobile

Dato per morto a ogni nuova moda, il canale email resta tra quelli a più alto ritorno, a patto di leggerlo per quello che è oggi: una posta che si apre quasi sempre dal telefono, in piedi, di fretta. Oggetti brevi, un solo messaggio, un solo invito all'azione, un pulsante grande abbastanza da centrare col pollice. Il CRM che tiene insieme acquisti, comportamento e canali è ciò che permette di mandare la cosa giusta alla persona giusta, invece di spedire la stessa offerta a tutti.

La misurazione oltre il singolo dispositivo

La giornata delle persone è multi dispositivo: si scopre un prodotto sul telefono in coda alla cassa e lo si conclude la sera dal divano sul tablet o dal computer. Misurare ogni dispositivo come se fosse un mondo separato porta a decisioni sbagliate, per esempio a tagliare proprio quei canali mobili che innescano la vendita ma non la chiudono. Servono modelli di attribuzione che leggano il percorso intero, non il singolo punto di contatto.

Tutte queste leve funzionano a una condizione, che la piattaforma sotto regga. Un'app nativa o una web app installabile, un checkout accelerato, l'integrazione pulita tra il gestionale, l'ecommerce e i canali di contatto, una base dati che permetta di riconoscere la stessa persona sui diversi dispositivi. Senza queste fondamenta le notifiche arrivano scoordinate, i pagamenti si inceppano e la misurazione mente.

È esattamente il tipo di lavoro che in ICT Sviluppo affrontiamo con metodo, partendo dai dati di comportamento e non dalle mode del momento: prima si capisce come si muove il cliente di quel brand, poi si sceglie la tecnologia, mai il contrario. Il mobile non premia chi adotta più strumenti, premia chi toglie attrito nel punto giusto.

Cos'è il mobile commerce, o m-commerce?

Il mobile commerce, abbreviato in m-commerce, è l'insieme delle attività di acquisto e vendita che avvengono tramite dispositivi mobili, soprattutto smartphone, sia attraverso siti web ottimizzati sia, sempre più, dentro le applicazioni. Oggi rappresenta la maggioranza del commercio elettronico mondiale ed è il modo prevalente in cui le persone scoprono i prodotti, anche quando poi concludono altrove.

Conviene avere un'app o basta un sito mobile ottimizzato?

Dipende dalla frequenza d'acquisto e dalla fedeltà della base clienti. Un'app ha senso per chi vende prodotti che si ricomprano spesso e ha clienti che tornano, perché diventa un canale di proprietà su cui lavorare con notifiche e programmi fedeltà. Per molti brand un sito mobile davvero veloce e un checkout senza attrito portano un ritorno maggiore e immediato rispetto a un'app sottoutilizzata.

Perché il mobile converte meno del desktop?

Per tre motivi che si sommano: molte decisioni di acquisto impegnative vengono rimandate allo schermo grande, il checkout mobile ha spesso più attrito di quanto il pollice tolleri, e una parte del tempo passato sul telefono è esplorazione più che intenzione d'acquisto. Il divario si riduce lavorando su velocità, pagamenti e semplicità del percorso.

Quanto pesa il mobile in Italia rispetto al resto del mondo?

Nel mondo il mobile ha superato il desktop anche per valore degli acquisti, mentre in Italia il desktop tiene ancora il primato sulle conversioni, con circa il 58% contro il 42% del mobile. Gli italiani però vivono e scoprono i prodotti sul telefono: il divario indica un potenziale non ancora colto, non un canale debole.

Le notifiche push funzionano ancora?

Sì, se sono pertinenti. I dati mostrano una retention molto più alta per chi riceve notifiche regolari, ma la stessa leva diventa controproducente se è invasiva o generica. La differenza la fa la rilevanza: una notifica che arriva al momento giusto con un contenuto utile fidelizza, una di troppo fa disinstallare l'app.

Il mobile commerce non è un canale da aggiungere, è il contesto dentro cui ormai vive il commercio. Le persone non distinguono tra online e offline, tra social e negozio, vivono un flusso unico che attraversa il telefono dalla mattina alla sera. Intercettarle significa capire dove si trova la loro attenzione, scoprire dove nasce il desiderio e rimuovere ogni attrito tra quel desiderio e l'acquisto.

Chi continua a inseguire la novità tecnologica del mese, l'ennesimo strumento, di solito arriva sempre un passo indietro. Chi parte dai dati di comportamento e costruisce con metodo, scegliendo poche leve giuste e facendole funzionare insieme, trasforma un'abitudine quotidiana in un cliente che torna. Il telefono è già in mano alle persone: la differenza la fa chi sa starci dentro senza disturbare.

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