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Giovanni Fracasso·

Shopify Markets: la guida ai mercati, ai cataloghi e ai listini per vendere all'estero

15 min di lettura
Shopify markets, l'internazionalizzazione con Shopify

C'è un momento, nella vita di quasi ogni ecommerce che funziona, in cui il mercato domestico inizia a stare stretto. Arrivano i primi ordini dall'estero, magari spontanei, magari spinti da una campagna che ha varcato i confini quasi per caso, e con loro arriva la domanda che apre il capitolo dell'internazionalizzazione: come vendo davvero in un altro paese, con la sua valuta, la sua lingua, le sue regole fiscali, senza costruire e mantenere un sito separato per ogni mercato?

Per anni la risposta è stata proprio quella, costruire più store, uno per nazione o per area, ciascuno con il suo catalogo, il suo tema, il suo magazzino logico, il suo pannello da presidiare. Una soluzione che regge finché i mercati sono due, e che diventa ingestibile quando diventano cinque o dieci: ogni modifica a un prodotto va replicata ovunque, ogni promozione va ricostruita da capo, ogni report va ricomposto a mano. Shopify Markets nasce per chiudere questa stagione. È lo strumento, integrato nativamente nella piattaforma, con cui un singolo store gestisce la vendita verso più paesi e più tipi di cliente, mantenendo un solo catalogo, un solo tema e un solo pannello di amministrazione.

Vendere all'estero non è semplicemente tradurre un sito e accettare carte straniere. Significa mostrare i prezzi nella valuta giusta e a un livello coerente con il potere d'acquisto e con la concorrenza locale; significa parlare la lingua del cliente, non solo nei testi ma nelle convenzioni, nelle taglie, nei formati; significa presentarsi con un indirizzo web che il motore di ricerca e l'utente riconoscano come locale; significa, soprattutto, gestire tasse e dazi in modo che chi compra sappia in anticipo quanto pagherà, senza sorprese alla consegna. Ognuno di questi elementi, preso singolarmente, è un piccolo progetto. Messi insieme, e moltiplicati per il numero di paesi, diventano la ragione per cui tante aziende rimandano l'espansione internazionale.

Shopify Markets affronta il problema spostando la complessità dentro la piattaforma. Invece di chiedere al merchant di replicare e sincronizzare, gli chiede di configurare: definisci dove vendi, e per ogni destinazione decidi come deve apparire e funzionare l'esperienza d'acquisto. Il catalogo resta uno, i prodotti restano gli stessi, ma il modo in cui vengono pubblicati, prezzati e presentati cambia in funzione di chi sta guardando. Questa è l'idea di fondo, e tutto il resto, i mercati, i cataloghi, i listini, le opzioni, è la grammatica con cui quell'idea si scrive.

Parla con Shopify Expert

Nel vocabolario di Shopify un mercato è un gruppo di una o più destinazioni di vendita che il merchant tratta come un insieme omogeneo, da configurare in modo unitario. Ogni store ha un mercato primario, di norma il paese d'origine, e può arrivare fino a cinquanta mercati in totale. La cosa interessante, e relativamente recente, è che la nozione di mercato si è allargata: non identifica più soltanto una geografia, ma tre modi diversi di raggruppare i clienti, ciascuno con una propria condizione di appartenenza.

I mercati geografici sono quelli che la maggior parte delle persone ha in mente quando pensa a Markets. La condizione è la regione: un mercato "Germania", oppure un mercato "Unione Europea" che raccoglie più paesi, intercetta tutti i visitatori che si trovano in quella geografia e che spediscono lì. Sono il cuore della vendita internazionale rivolta al consumatore finale, il classico B2C transfrontaliero, e servono a dare a un cliente tedesco o francese l'esperienza che si aspetterebbe da un negozio del suo paese.

I mercati B2B hanno come condizione non la regione ma la sede aziendale del cliente, la company location. Quando un buyer effettua l'accesso per conto di un'azienda con cui il merchant ha un rapporto commerciale, Shopify ne riconosce l'appartenenza e gli applica il mercato corrispondente. È il terreno della vendita tra imprese, dove il cliente non è un consumatore anonimo ma un'organizzazione con condizioni negoziate, e dove le regole di prezzo e di acquisto sono diverse, come vedremo, da quelle del consumatore finale.

I mercati retail, infine, hanno come condizione il punto vendita fisico, la location del POS. Intercettano gli acquisti effettuati a un determinato negozio attraverso il sistema di cassa di Shopify, e permettono di trattare la vendita in presenza come un contesto a sé, con le sue regole di pubblicazione e di prezzo. È il tassello che porta la stessa logica dei mercati nel mondo fisico, unificando online e offline sotto un'unica architettura.

Un mercato può contenere più condizioni dello stesso tipo, per esempio diverse regioni raccolte insieme, oppure più sedi aziendali; e Shopify gestisce anche le condizioni "jolly", che includono per esempio tutte le sedi aziendali o tutti i punti vendita di una certa area, senza doverli elencare uno per uno. Quando un cliente potrebbe ricadere in più mercati contemporaneamente, e capita spesso, perché un buyer può essere allo stesso tempo un cliente canadese e un cliente B2B, entra in gioco una gerarchia di precedenza che decide quale configurazione applicare. È un dettaglio tecnico, ma ha una conseguenza pratica che conviene tenere a mente: i contesti più specifici, come la sede aziendale nel B2B, hanno la priorità sui contesti più generali, come la regione geografica.

Definire un mercato significa dire dove e a chi si vende. Decidere cosa quel mercato vede e a quale prezzo è invece compito del catalogo. A ogni mercato Shopify associa automaticamente un catalogo, e il catalogo è il vero strumento operativo: tiene insieme due cose distinte, quali prodotti sono pubblicati per quel contesto e a quali prezzi vengono mostrati.

La prima componente riguarda la disponibilità. Non è detto che si voglia vendere l'intero assortimento ovunque: ci sono prodotti che per ragioni logistiche, normative o strategiche non hanno senso in un certo mercato. Il catalogo permette di escluderli, e l'esclusione è netta: un prodotto non pubblicato in un mercato si comporta, agli occhi di chi naviga in quel contesto, come se fosse archiviato o cancellato. Non compare nelle liste, non si trova nella ricerca, non si può aggiungere al carrello, e se un cliente cambia indirizzo di spedizione in fase di checkout passando a un contesto in cui quel prodotto non è disponibile, l'articolo viene rimosso dal carrello. È un controllo preciso, non un filtro estetico.

La seconda componente riguarda il prezzo, ed è governata dal listino, il price list. Il listino è l'oggetto che, associato al catalogo di un mercato, stabilisce a quali cifre i prodotti vengono offerti in quel contesto. Se a un mercato non si associa alcun listino, Shopify non lascia i prezzi scoperti: prende i prezzi base delle varianti e li converte nella valuta del mercato, applicando i tassi di cambio correnti e regole di arrotondamento. Nel momento in cui invece si vuole controllare il prezzo, e non semplicemente convertirlo, si crea un listino dedicato. Da qui in avanti la storia dei listini si biforca, perché un listino geografico e un listino B2B non offrono le stesse possibilità.

Un listino geografico, quello che si associa a un mercato per regione, lavora essenzialmente in due modi. Può applicare un aggiustamento percentuale rispetto al prezzo base, in aumento o in diminuzione, per esempio alzando del dieci per cento tutti i prezzi di un mercato per assorbire costi o riposizionare il brand; oppure può fissare prezzi puntuali, variante per variante, quando la conversione automatica porterebbe a cifre poco presentabili o quando il posizionamento locale richiede un numero deciso a tavolino. La valuta del listino deve coincidere con quella del mercato, e questo è l'orizzonte delle sue possibilità: percentuale o prezzo fisso, per dare al consumatore finale il prezzo giusto nel suo paese.

Un listino B2B parte dalle stesse basi, prezzo fisso e aggiustamento percentuale, ma aggiunge due strumenti che nel mondo del consumatore non esistono, e che sono esattamente ciò che distingue una trattativa tra imprese da un acquisto al dettaglio. Il primo sono le regole di quantità: per ogni variante si possono imporre un minimo, un massimo e un incremento d'ordine, così che un cliente aziendale debba per esempio acquistare almeno dodici pezzi e poi a multipli di sei. Il secondo, ed è quello che davvero pesa, è il prezzo a scaglioni di quantità, la cosiddetta volume pricing: il prezzo unitario scende al crescere della quantità ordinata, secondo soglie definite, riconoscendo lo sconto che è la norma in ogni rapporto di fornitura.

Questa è la differenza che vale la pena fissare con chiarezza, perché è spesso fraintesa: lo sconto quantità, il prezzo che cala quando si compra di più, è una prerogativa del B2B e non è disponibile per il cliente B2C. Un consumatore che acquista in un mercato geografico vedrà sempre lo stesso prezzo unitario, indipendentemente dal numero di pezzi nel carrello; un buyer aziendale, riconosciuto attraverso la sua sede e il suo account, vedrà invece il prezzo modellarsi sulla quantità. Non è una limitazione casuale, è il riflesso di due logiche commerciali diverse, e Shopify le tiene distinte a livello di architettura, contestualizzando prezzi e regole sul cliente che ha di fronte.

Vale la pena aggiungere che nel B2B la flessibilità si spinge oltre, perché a una stessa sede aziendale si possono associare più cataloghi, separando per esempio i cataloghi che definiscono i prezzi da quelli che definiscono l'assortimento. Un fornitore con cinquanta diversi livelli di prezzo e dieci diversi assortimenti non deve costruire cinquecento cataloghi completi: ne costruisce cinquanta di soli prezzi e dieci di sola pubblicazione, combinandoli. Quando più listini si applicano allo stesso cliente, prevale quello più conveniente. È un grado di controllo che riflette la complessità reale delle relazioni di fornitura, dove lo stesso prodotto può avere prezzi diversi per clienti diversi.

Una volta capito cosa sono i mercati e come cataloghi e listini ne governano prodotti e prezzi, resta da vedere tutto ciò che di un mercato si può configurare. Qui sta la vera ricchezza di Markets, ed è utile passare in rassegna le opzioni una per una, perché ciascuna corrisponde a una leva concreta dell'esperienza internazionale.

Ogni mercato può avere il proprio indirizzo web, e la scelta dell'architettura degli URL è tra le decisioni più importanti, perché incide direttamente sulla SEO internazionale. Shopify offre tre strade, combinabili tra loro e modificabili in qualsiasi momento. La prima è la sottocartella, il subfolder, nella forma esempio.com/it oppure, per i mercati secondari, esempio.com/fr-be che combina lingua e paese: è l'opzione più semplice da attivare, eredita l'autorità del dominio principale ed è in genere la più solida sul piano SEO per chi parte. La seconda è il sottodominio, nella forma it.esempio.com, che separa maggiormente il mercato pur restando sotto lo stesso dominio radice. La terza è il dominio nazionale, il ccTLD, nella forma esempio.it: è il segnale di località più forte agli occhi di un cliente e di un motore di ricerca, ma comporta l'acquisto e la gestione di domini separati per ogni paese. Su tutte queste configurazioni Shopify genera automaticamente i tag hreflang, che dicono ai motori di ricerca che le diverse versioni sono lo stesso contenuto declinato per regioni diverse, evitando che vengano lette come duplicati in competizione tra loro. Esiste anche la possibilità di non creare URL specifici per mercato, usando lo stesso indirizzo per tutto, ma è una strada che rinuncia in partenza al traffico organico dei mercati secondari, e quindi raramente desiderabile per chi all'estero vuole davvero crescere.

A ogni mercato si possono assegnare una o più lingue, e le traduzioni del contenuto vengono condivise tra tutti i mercati che parlano la stessa lingua, con la possibilità di localizzare ulteriormente per la combinazione specifica di mercato e lingua. È la differenza tra tradurre e adattare: lo stesso maglione può diventare "pull" nel francese in generale, e assumere una sfumatura diversa nel francese rivolto al mercato canadese rispetto a quello rivolto alla Francia. Lo strumento nativo di Shopify per tutto questo è l'app Translate and Adapt, che include la traduzione automatica e copre gratuitamente due lingue su qualsiasi piano; dalla terza lingua in avanti serve il livello a pagamento oppure un'app di terze parti, mentre i piani Plus dispongono di limiti più ampi. Di default, alla creazione di un mercato è attiva solo la lingua principale dello store, e le altre vanno aggiunte e tradotte.

Ogni mercato può avere la propria valuta, e con Shopify Payments attivo la conversione dalle valute base avviene automaticamente, ai tassi di cambio correnti e con regole di arrotondamento che evitano cifre poco leggibili. Il cliente vede e paga nella moneta che conosce, il che riduce l'attrito e l'incertezza al momento dell'acquisto. La conversione ha un costo, una percentuale sull'ordine che varia a seconda della regione dello store, e per vendere in più valute è necessario che Shopify Payments sia attivo. Quando la semplice conversione non basta, perché il numero che ne risulta non è coerente con il posizionamento o con la fiscalità locale, si interviene con il listino, come si è visto, fissando il prezzo a mano nella valuta del mercato.

L'opzione del catalogo e del listino è quella di cui si è già parlato in profondità, e che qui si ritrova nella sua veste pratica: per ogni mercato si decide quali prodotti sono disponibili e a quali prezzi, scegliendo se affidarsi alla conversione automatica oppure governare il prezzo con un listino dedicato, geografico o B2B a seconda della natura del mercato. È la leva che tiene insieme assortimento e marginalità, e va pensata insieme alle altre, perché valuta, tasse e prezzo concorrono tutti a definire la cifra finale che il cliente vede.

La gestione di tasse e dazi è il punto in cui la vendita internazionale rivela la sua vera complessità, ed è anche quello in cui Markets offre un sollievo concreto. Per i mercati che lo prevedono è possibile attivare la riscossione di dazi e tasse di importazione direttamente al checkout: il cliente vede nell'ordine, prima di pagare, l'IVA del paese di destinazione e gli eventuali dazi doganali, e salda il totale comprensivo di tutto. Questo elimina il più classico degli attriti transfrontalieri, la sorpresa del conto doganale alla consegna, che porta il cliente a rifiutare il pacco o a lasciare una recensione negativa. La riscossione al checkout è disponibile con o senza i servizi gestiti. Per chi vuole spingersi oltre c'è Managed Markets, con cui Shopify diventa l'intermediario che calcola e versa imposte e dazi a livello globale, sollevando il merchant dalla relativa responsabilità a fronte di una commissione per ordine internazionale, più contenuta sui piani Plus. È la differenza tra gestire in proprio la conformità fiscale, con il controllo e l'onere che comporta, e delegarla, pagando per la tranquillità.

Le ultime leve riguardano l'esperienza concreta dell'acquisto. I metodi di pagamento possono essere localizzati per mercato, così da offrire in ogni paese gli strumenti che i clienti di quel paese si aspettano e di cui si fidano, perché la fiducia al momento del pagamento è spesso la differenza tra un ordine completato e un carrello abbandonato. Le zone e le tariffe di spedizione si configurano per mercato, allineando le opzioni di consegna alla logistica reale di ciascuna destinazione. E infine il tema stesso, l'aspetto del negozio, può essere personalizzato per mercato, fino a costruire esperienze visivamente distinte là dove serve, con la possibilità di vedere in anteprima lo store come lo vedrebbe un cliente di quel mercato prima di renderlo pubblico. Non tutte queste possibilità sono identiche su ogni piano: la base di Markets è inclusa ovunque, ma alcune funzioni più avanzate, come i domini nazionali o la gestione evoluta di dazi e imposte, richiedono i piani superiori, e i piani Plus restano quelli che permettono di costruire le esperienze per mercato più ricche e differenziate.

La cosa che conviene portare a casa è che Shopify Markets non è un interruttore da accendere, ma un'architettura di decisioni. Ogni mercato è un insieme coerente di scelte, su dove si vende, a chi, con quale assortimento, a quali prezzi, in quale lingua, con quale valuta, con quale trattamento fiscale e con quale volto. La forza dello strumento sta nel tenere tutte queste scelte sotto lo stesso tetto, un solo store e un solo catalogo, evitando la frammentazione che per anni ha reso l'internazionalizzazione un progetto sproporzionato. La difficoltà, semmai, si sposta a monte: non più nel costruire e mantenere infrastrutture parallele, ma nel disegnare la configurazione giusta, distinguendo un mercato geografico da uno B2B, scegliendo l'architettura di URL coerente con la propria strategia, decidendo dove convertire e dove fissare i prezzi, dove riscuotere i dazi e dove delegarli. È un lavoro di progettazione, ed è precisamente il punto in cui conviene affrontarlo con metodo, perché è qui che si decide se l'espansione all'estero sarà un'estensione naturale del business oppure un'altra fonte di complessità.

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