Come migrare da WooCommerce a Shopify: dati, plugin, contenuti e URL
Cosa si porta davvero da WooCommerce e da WordPress: prodotti, clienti, ordini, recensioni, plugin e URL. Le trappole documentate e l'ordine giusto delle operazioni.


Questo articolo non spiega perché conviene lasciare WooCommerce. Quelle ragioni le ho scritte altrove, e sono le cinque spinte che portano via da una piattaforma: se stai ancora decidendo, comincia da lì. Questo articolo parte dal momento dopo, quando la decisione è presa e resta da capire una cosa sola: cosa si porta, cosa si rifà e cosa non torna.
È una domanda più tecnica di quanto sembri, e la risposta è in gran parte già scritta: Shopify pubblica una guida ufficiale alla migrazione da WooCommerce, ed è l'unica piattaforma open source per cui ne pubblichi una. Il punto interessante è che quella guida, letta bene, non è un elenco di cose facili: è un elenco di cose che non si migrano.
I prodotti: il CSV c'è, ma va rimappato
I prodotti si esportano da WooCommerce in CSV e si importano in Shopify, ma non nella stessa forma: il file va tradotto colonna per colonna nel formato Shopify, e la corrispondenza è dichiarata nella guida ufficiale. Il nome diventa il titolo, la descrizione diventa il corpo HTML, gli attributi diventano le opzioni con un valore per riga, lo SKU diventa lo SKU della variante, il prezzo diventa il prezzo della variante, le immagini diventano le immagini. Il peso, se è in libbre, va convertito in grammi moltiplicando per 453,6, ed è il tipo di dettaglio che se lo scopri dopo l'import hai già sballato tutte le tariffe di spedizione.
Un errore è documentato da Shopify ed è il più frequente: se a un prodotto manca il valore di un'opzione di variante, quel prodotto non entra. Non entra a metà, non entra con un avviso: non entra. Su un catalogo importato da anni, con le varianti sistemate a mano da persone diverse, il numero di righe incomplete è sempre più alto di zero, e va ripulito prima, sul file, non dopo, nell'amministrazione.
Il tetto delle tre opzioni, ed è la trappola numero uno
Su WooCommerce i prodotti variabili si costruiscono sugli attributi di WordPress, e non c'è un tetto al numero di attributi combinabili. È il terreno su cui WooCommerce dà di più, ed è esattamente il terreno su cui Shopify dà di meno.
Su Shopify le varianti per prodotto sono salite a 2.048 dal 15 ottobre 2025, quindi il numero non è più un problema. Ma le opzioni per prodotto restano tre, e quel tetto non si è mosso. Shopify lo dichiara nella propria guida, nel punto in cui presenta la sua app di migrazione: i prodotti con più di tre opzioni non avranno le opzioni importate, e il problema si risolve con app di terze parti o con i metafield. Non lo scrive un concorrente: lo scrive Shopify nella pagina che spiega come venire da WooCommerce.
Il primo giorno di analisi si esporta il catalogo e si contano i prodotti con quattro o più attributi. Se sono pochi, si accorpano due assi in uno o si spezza il prodotto. Se sono molti, c'è una decisione di modello dati da prendere prima di firmare qualunque cosa, perché cambia la scheda prodotto, cambia il tema e cambia il preventivo.
I clienti: serve un plugin a pagamento solo per esportarli
È il primo passaggio che fa alzare un sopracciglio. Per esportare i clienti da WooCommerce, la guida ufficiale di Shopify indica di installare prima un'estensione dedicata all'import e all'export, che è un prodotto a pagamento del marketplace WooCommerce. Poi il file va rimappato a mano sul formato Shopify, e qui la guida è severa: non esiste alcun supporto alla mappatura per l'import dei clienti, il CSV deve corrispondere esattamente alle intestazioni Shopify, altrimenti viene rifiutato.
Le password non si spostano, in nessuna migrazione fra piattaforme, perché sono conservate in forma cifrata e non riutilizzabile. I clienti vanno accompagnati a reimpostarle, e quella comunicazione va scritta prima del lancio. È il momento più delicato dell'intera operazione dal punto di vista del cliente finale, ed è sempre l'ultima cosa a cui qualcuno pensa.
Gli ordini storici non passano dal CSV
Questo è il punto in cui molte migrazioni fai da te si fermano. Gli ordini storici non si importano in Shopify con un file CSV: la guida ufficiale indica di usare un'app di migrazione di terze parti, e ne cita esplicitamente alcune. In alternativa si passa dalle API. Non c'è una terza strada, e non c'è una funzione nativa che lo faccia da sola.
Anche l'esportazione, dal lato WooCommerce, richiede la stessa estensione a pagamento che serve per i clienti. Quindi lo storico ordini, che è il patrimonio su cui poggiano il servizio clienti, i resi e ogni analisi di riacquisto, è la parte più laboriosa e la meno automatica di tutte. Va deciso presto quanto storico portare: tutto, tre anni, oppure nulla e si tiene il vecchio sistema in sola lettura. Sono tre decisioni con tre costi diversi, e sono una scelta di business, non un dettaglio tecnico.
Un avvertimento che Shopify scrive nella propria documentazione e che si ignora una volta sola: prima di importare gli ordini storici vanno disattivate le notifiche di nuovo ordine, altrimenti chiunque le riceva si trova nella casella una mail per ogni ordine importato. Con ventimila ordini, la casella è finita.
Le recensioni non si migrano. Punto.
È scritto nella guida ufficiale in modo diretto: le recensioni non si esportano e non si migrano da WooCommerce a Shopify. Si reimportano a mano, appoggiandosi a un'app di recensioni, e Shopify ne indica alcune. Tradotto: le migliaia di recensioni accumulate in dieci anni, con le loro stelline e le loro foto, sono un lavoro di recupero a sé, che va stimato e assegnato a qualcuno.
È anche un buon momento per fare una domanda scomoda: quelle recensioni sono un patrimonio o un archivio? Se il novanta per cento sta su prodotti fuori catalogo, il recupero è una spesa senza ritorno. Se sta sui best seller, va fatto e va fatto bene, riassociando ogni recensione al prodotto con una chiave che sopravviva alla migrazione.
Il capitolo che nessuno guarda: in che stato è il tuo WooCommerce
Prima di esportare qualunque cosa, va risposta una domanda che quasi nessuno si pone: gli ordini, sul tuo negozio, dove sono scritti? Dal 2023 WooCommerce ha una struttura dati dedicata agli ordini, attiva di default sulle nuove installazioni, che li tiene in tabelle proprie invece che nelle tabelle degli articoli di WordPress. Ma i negozi esistenti ci passano a mano, e ogni estensione che tocca gli ordini deve dichiarare di supportarla: se una sola non lo fa, o si resta sul vecchio sistema o si accende una modalità di compatibilità che scrive i dati due volte.
Non è una curiosità: cambia da dove si estraggono gli ordini e quanto è sporco l'export. E indica una cosa più grande. Il marketplace ufficiale di WooCommerce, oggi, espone su ogni pagina prodotto due distintivi di compatibilità: uno per il checkout a blocchi, che è il default dalla versione 8.3, e uno per la nuova struttura degli ordini. Esistono perché la compatibilità non è scontata. È WooCommerce stessa, sul proprio sito, a dire che il suo ecosistema è in mezzo a un guado.
Per chi migra, quei due distintivi sono la cosa più utile del sito di WooCommerce: la lista delle tue estensioni, con accanto il loro stato di compatibilità, è il preventivo. Le estensioni allineate si sostituiscono con un'app e amen. Quelle ferme al vecchio checkout sono funzioni che qualcuno, a un certo punto, dovrà rifare comunque, che tu resti o che tu vada. Il confronto completo fra le due piattaforme, funzione per funzione, è in WooCommerce contro Shopify: qui mi limito a ciò che serve per organizzare il passaggio.
I plugin e i loro corrispettivi
La lista dei plugin attivi si legge con tre esiti in mano, e ogni riga ne prende uno. Il plugin ha un corrispettivo su Shopify e si riconfigura. Il plugin non serve più, perché la funzione è diventata nativa. Il plugin non ha corrispettivo, la funzione serve davvero, e si sviluppa.
Vale la pena guardare quanto costano oggi, perché nel confronto economico questa riga sparisce sempre e i prezzi sono pubblicati sul sito di WooCommerce. Gli abbonamenti costano 279 dollari all'anno, le membership 199, le opzioni aggiuntive di prodotto 79, le quantità minime e massime 49, e i moduli dei singoli corrieri 109 dollari ciascuno. Sono canoni annuali, non acquisti: se non rinnovi non ricevi più gli aggiornamenti, comprese le correzioni di sicurezza. Un negozio con sei estensioni ufficiali paga ogni anno una cifra che nel confronto con il canone di una piattaforma SaaS nessuno mette mai sul piatto.
Le corrispondenze principali, riga per riga. I gateway di pagamento si sostituiscono: o Shopify Payments dove è disponibile, o un gateway esterno, che comporta una commissione dello 0,20% per transazione a Shopify oltre a quella del gateway. Gli abbonamenti e le membership diventano app dedicate. Le opzioni aggiuntive e le quantità minime diventano funzioni del tema o Shopify Functions. I moduli dei corrieri diventano app dei corrieri. Il multilingua, che su WordPress è sempre un plugin, diventa nativo: sono i mercati, e li spiego qui. La sicurezza, il certificato, la CDN e gli aggiornamenti smettono semplicemente di essere righe di spesa.
Il contenuto di WordPress, che è metà del problema
Qui sta la differenza fra una migrazione da WooCommerce e una da qualunque altra piattaforma. Chi sta su WooCommerce non ha solo un negozio: ha un sito WordPress, con anni di articoli, pagine, landing e guide. Quel contenuto è spesso la parte del sito che porta più traffico organico, e non si sposta con un CSV: articoli e pagine passano da un'app di migrazione o dalle API, e Shopify lo dichiara nella tabella della propria guida.
La brutta notizia riguarda il come sono fatti. Se le pagine sono state costruite con un page builder, e in dieci anni di WordPress lo sono quasi sempre, il contenuto sul database non è testo pulito: è testo dentro una struttura proprietaria del builder. Su Shopify quel builder non esiste e non ha corrispettivo. Il testo si recupera, l'impaginazione si rifà con le sezioni del tema. Non è grave, è lavoro, e va contato pagina per pagina invece che stimato a occhio.
Il plugin SEO, invece, è una buona notizia travestita da problema. Titoli e descrizioni scritti negli anni vanno esportati e reimportati, perché su Shopify quei campi sono nativi e non serve più nessun plugin per averli. Ciò che non si porta è il resto: i moduli di dati strutturati, le mappe del sito personalizzate, le regole di reindirizzamento scritte nel plugin. La sitemap, su Shopify, si genera da sola.
Le URL e i redirect
WooCommerce costruisce gli indirizzi con una base configurabile, e la documentazione ufficiale elenca le quattro possibilità: il prodotto sotto /product/, sotto la base del negozio, sotto la base del negozio con la categoria dentro, oppure sotto una base personalizzata. Le categorie stanno di default sotto /product-category/, i tag sotto /product-tag/, e gli archivi degli attributi hanno una base propria, quando sono attivati. Su Shopify è tutto fisso: /products/, /collections/, /pages/, /blogs/. Nessuna categoria dentro l'indirizzo del prodotto.
Quindi la mappa dei redirect è obbligatoria, e va costruita riga per riga sulle pagine che ricevono traffico reale, non su tutto il sito. Su Shopify i reindirizzamenti si importano in blocco da un file CSV, e vanno impostati prima di spostare il dominio, non dopo: il momento in cui il dominio punta al negozio nuovo è già il momento in cui Google incontra i 404. Il dominio, prima, va scollegato da WordPress, altrimenti si finisce con errori sul certificato a negozio online.
E c'è un fatto recente che vale la pena guardare, perché racconta bene la piattaforma da cui si sta uscendo. Nel gennaio 2026 il blog per sviluppatori di WooCommerce ha annunciato che dalla versione 10.5 cambia il modo in cui viene scelta la categoria dentro il permalink del prodotto, per tutti i negozi che usano la base con la categoria: gli indirizzi dei prodotti assegnati a più categorie possono cambiare dopo l'aggiornamento, e WooCommerce fa un reindirizzamento automatico verso il nuovo indirizzo canonico. Cioè: un aggiornamento minore ti può cambiare le URL dei prodotti. Non serve migrare, per rischiare le URL. Basta aggiornare.
L'ordine in cui si spostano i dati
L'ordine non è un'opinione, lo dichiara Shopify: prima i prodotti, poi i clienti, poi gli ordini storici, perché gli ordini vanno agganciati a prodotti e clienti che devono già esistere. Il resto può andare in qualunque ordine. Il metodo completo, con il censimento delle funzioni e dei servizi che vale per qualunque piattaforma di partenza, sta nel manuale d'esecuzione della migrazione.
Cosa cade e non torna
L'elenco onesto. Cadono i plugin, perché sono codice PHP che gira dentro WordPress. Cadono gli hook e le funzioni infilate negli anni nel file del tema, e cadono in silenzio, perché nessuno le ha documentate. Cade il tema, che non ha alcun convertitore verso Liquid. Cadono gli shortcode e le impaginazioni del page builder. Cadono le recensioni, come si è visto. E cadono gli archivi degli attributi, se erano attivati e indicizzati: su Shopify i filtri restano parametri canonicalizzati sulla collezione e non nascono come pagine autonome, quindi quella coda lunga va ricostruita con collezioni dedicate, e solo per le pagine che portavano traffico reale. Come si fa senza perdere posizionamento sta nella guida alla migrazione SEO verso Shopify. Se invece vuoi la versione senza diplomazia di perché questa piattaforma non regge un ecommerce aziendale, l'ho scritta qui e non l'ho ammorbidita.
Detto in modo utile: si porta il cosa, non il come. I dati passano, le regole si riscrivono. Chi lo accetta all'inizio fa un progetto sereno, chi lo scopre a metà fa un progetto che sfora.
Domande frequenti
Posso migrare da WooCommerce a Shopify da solo?
I prodotti sì, con il CSV e un po' di pazienza. I clienti richiedono un'estensione a pagamento lato WooCommerce e un file rimappato a mano. Gli ordini storici richiedono un'app di migrazione o le API. Le recensioni vanno rifatte. Il tema va ricostruito. La risposta onesta è: un negozio piccolo e pulito si migra da soli, un negozio con dieci anni di storia e trenta plugin no, e il punto in cui ci si accorge di non farcela è sempre lo stesso, ed è gli ordini.
Perdo le recensioni dei prodotti?
Non si migrano automaticamente: lo dichiara Shopify nella propria guida. Vanno esportate, riassociate ai prodotti e reimportate in un'app di recensioni. È un lavoro a sé, con un costo suo, e va deciso presto se vale la pena farlo su tutto il catalogo o solo sui prodotti che vendono.
Il mio blog WordPress si porta su Shopify?
Il contenuto sì, articoli e pagine passano da un'app o dalle API. L'impaginazione no, se è stata fatta con un page builder: quello non ha corrispettivo e il layout si rifà con le sezioni del tema. Poiché il blog è spesso la parte che porta più traffico organico, i redirect degli articoli vanno trattati con la stessa cura di quelli dei prodotti, e non lasciati per ultimi.
Quanto dura una migrazione da WooCommerce?
Dipende da cinque variabili, e sono le uniche che chiedo in prima chiamata: quanti prodotti e quanti hanno più di tre attributi, quanti plugin attivi e quanti su misura, se il gestionale è già integrato e in che forma, quanto storico ordini si vuole portare, quante pagine ricevono traffico reale da Google. Con quelle risposte il progetto si dimensiona in mezza giornata. Senza, si tira a indovinare, e chi indovina al ribasso presenta le varianti in corso d'opera.
In sintesi
Una migrazione da WooCommerce è più semplice di quanto si tema sui dati e più laboriosa di quanto si creda su tutto il resto: le opzioni oltre la terza, i clienti che richiedono un'estensione a pagamento, gli ordini che non passano dal CSV, le recensioni che non passano affatto, il contenuto WordPress con dentro un page builder. Sono cinque punti, si conoscono in anticipo e si mettono a preventivo prima di aprire il cantiere. Resta la domanda che viene prima di tutte, e vale la pena farsela con onestà: conviene davvero cambiare piattaforma adesso, oppure conviene restare fermi? Questa pagina serve solo dopo che a quella domanda hai già risposto sì.
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