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Redazione·

Come guadagnare di più con Shopify che con la tua piattaforma attuale

10 min di lettura

Non «quanto si guadagna con Shopify», ma quanto guadagni in più spostando qui il tuo store da una piattaforma datata o pseudo enterprise: velocità, checkout, integrazioni e novità che arrivano da sole

Come guadagnare di più con ShopifyImmagine generata con intelligenza artificiale

«Quanto si guadagna con Shopify» è la domanda sbagliata. O meglio, è la domanda di qualcun altro. Se la fanno quelli che cercano il colpo facile, il dropshipping messo su dal tavolo di cucina, il reddito automatico promesso da un corso online. Chi ha già un negozio che fattura non ha quel problema, perché vende già. La sua domanda è più scomoda: quanto sto lasciando sul tavolo ogni mese perché il mio ecommerce gira su una piattaforma che ho scelto cinque o otto anni fa e che oggi mi rallenta?

Il guadagno di un ecommerce maturo non si muove quasi mai aprendo un canale nuovo dal nulla. Si muove sui margini, sull'attrito, sulla velocità con cui rispondi al mercato. E lì la piattaforma su cui giri smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una voce di conto economico. Una piattaforma lenta, cara da mantenere, che a ogni novità pretende un progetto, ti fa guadagnare meno: non perché venda meno in assoluto, ma perché ti costa di più far accadere le stesse cose.

Questo articolo parla di quel differenziale. Non di quanto rende Shopify a chi parte da zero, ma di quanto guadagni in più portando un business che già esiste da una piattaforma datata, o da una di quelle soluzioni vendute come enterprise che enterprise non sono, verso Shopify. Con esempi, perché il punto non è la fede nella piattaforma: sono i numeri che cambiano.

Conviene fermarsi sulla parola guadagno, perché la si confonde di continuo con il fatturato. Il guadagno è quello che resta: ricavi meno costi meno attrito. Un ecommerce può alzare il fatturato e portare a casa meno di prima, se per crescere ha speso in infrastruttura, sviluppo e manutenzione più di quanto abbia incassato. E può guadagnare di più a parità di fatturato, semplicemente perché smette di pagare pedaggi che prima dava per scontati.

Shopify agisce su tutte e tre le leve, ed è questo che rende sensato il confronto. Alza i ricavi, perché il suo checkout converte meglio e perché apre mercati che prima erano complicati. Abbassa i costi, perché l'infrastruttura è inclusa e non la mantieni tu. E taglia l'attrito, la voce più sottovalutata di tutte, perché ti permette di fare in giorni cose che sulla vecchia piattaforma chiedevano trimestri. Le sezioni che seguono prendono queste leve una per una, e ognuna è un pezzo di margine che oggi, con ogni probabilità, stai lasciando indietro.

Su una piattaforma custom, o su un Magento tenuto in piedi a forza di sviluppo, ogni cosa nuova è un progetto. Vuoi una landing per il Black Friday, una modalità di spedizione diversa, un bundle di prodotti, un programma di fedeltà: apri un ticket, aspetti lo sviluppo, testi, rilasci, e intanto la finestra commerciale si è già chiusa. Il costo di quella lentezza non compare in nessuna fattura, ma è reale, e sono le vendite che non hai fatto perché sei arrivato tardi.

Sulla stessa richiesta, Shopify parte da un tema pronto, da un'app installata in un pomeriggio, da un checkout che esiste già e funziona. La messa a terra si misura in giorni, non in mesi. E questo cambia il modo stesso di lavorare: puoi provare, misurare, correggere, invece di puntare tutto su un rilascio semestrale e sperare che vada. È la differenza tra un'azienda che risponde al mercato mentre il mercato si muove e una che lo insegue con un trimestre di ritardo.

Chi passa da Prestashop o da Magento se ne accorge dalla prima campagna, quando quello che prima finiva in coda allo sviluppo diventa una cosa che il team marketing gestisce da solo. Non è un dettaglio di comodità: è tempo che si trasforma in occasioni colte invece che perse. Diversi dei replatforming che abbiamo seguito, da Prestashop e da Magento verso Shopify Plus, nascono esattamente da qui, dalla frustrazione di un business pronto a correre e di una piattaforma che lo teneva al passo d'uomo.

C'è un numero che chi gestisce un ecommerce dovrebbe tenere appeso alla scrivania. In media, secondo le rilevazioni del Baymard Institute, quasi sette carrelli su dieci vengono abbandonati prima del pagamento. Sette persone su dieci che avevano già deciso, avevano scelto il prodotto, lo avevano messo nel carrello, e poi se ne sono andate.

In media quasi il 70% dei carrelli viene abbandonato prima di concludere l'acquisto: è la voce di ricavo mancato più grande e più ignorata di qualsiasi ecommerce.

Ogni punto percentuale recuperato su quella soglia è margine quasi puro, perché è traffico che hai già pagato per portare fin lì. E il checkout è esattamente ciò che su una piattaforma legacy sei costretto a ottimizzare da solo, pagando un consulente per limare qualche passaggio, mentre su Shopify è il pezzo più testato e più curato dell'intera piattaforma, migliorato in continuazione senza che tu muova un dito. Stesso traffico, più ordini che arrivano in fondo: è aritmetica, non ottimismo.

A questo si aggiunge Shop Pay, il checkout accelerato che riconosce chi ha già acquistato su un qualunque negozio Shopify e gli fa concludere l'ordine con un tocco, senza ridigitare indirizzi e carte. Meno campi, meno frizione, più carrelli che diventano ordini. È un vantaggio che una piattaforma isolata non può avere per definizione, perché nasce dalla rete di milioni di acquirenti che quella piattaforma non possiede e Shopify sì.

Shopify è una piattaforma gestita, venduta in software as a service, e questo ha una conseguenza che si sente direttamente sul conto: gli aggiornamenti li fa la piattaforma, non tu. Due volte l'anno, con le Editions, escono centinaia di funzioni nuove che compaiono nel tuo pannello senza un progetto di migrazione, senza fermare il negozio, senza una riga di codice da riscrivere. L'intelligenza artificiale nativa, dagli strumenti che generano le schede prodotto all'assistente che interroga i tuoi dati, è arrivata così, come parte del canone.

Su una piattaforma legacy succede il contrario. Le novità le devi comprare, integrare, testare, e ogni tanto la piattaforma stessa ti presenta il conto più salato di tutti: la fine del supporto. È successo con Magento 1, dichiarato a fine vita a giugno del 2020, quando migliaia di aziende si sono trovate obbligate a rifare da capo il proprio negozio non perché volessero crescere, ma perché la piattaforma su cui giravano era diventata un rischio di sicurezza. Questo è il tratto delle soluzioni vendute come enterprise che enterprise non sono: ti tassano sulla loro roadmap, e la migrazione forzata te la paghi tu, nei tempi loro e non nei tuoi.

La differenza, in termini di guadagno, è netta. Da una parte una piattaforma che ti porta il futuro in casa senza chiederti un progetto ogni volta; dall'altra una che ti obbliga periodicamente a un investimento straordinario solo per restare in piedi. Se ragioni su un orizzonte di cinque anni, e un'azienda seria lo fa, quella voce da sola può ribaltare il confronto.

Un ecommerce che fattura sul serio non vive isolato. Dietro ci sono un gestionale o un ERP, un sistema che governa gli ordini e il magazzino, spesso un PIM per le schede prodotto, la logistica, il CRM. È lì che un progetto si complica, ed è lì che una piattaforma o ti aiuta o ti rema contro. Su un ambiente custom ogni integrazione è un pezzo di software su misura, fragile, che si rompe al primo aggiornamento e va manutenuto per sempre, con un costo che nessuno mette in conto all'inizio.

Shopify affronta la stessa complessità in due modi. C'è l'App Store, con migliaia di applicazioni già pronte a collegare i sistemi più diffusi, e ci sono API pulite e documentate per tutto ciò che un'app pronta non copre, che è poi il terreno vero dei progetti enterprise. Il guadagno qui è meno visibile ma pesante: meno errori, meno lavoro manuale, uno stock che dice la verità, ordini che passano da soli dal negozio al magazzino senza che qualcuno li ricopi a mano di notte.

È il tipo di lavoro che facciamo tutti i giorni, e gli esempi sono concreti. La migrazione di Pittarello da Prestashop a Shopify Plus è passata dall'integrazione con un sistema di order management per governare lo stock tra online e punti vendita; quella di Il Bisonte, nella pelletteria di lusso, ha significato ricostruire su Shopify Plus tutta la trama di dati che prima teneva insieme un Magento. In entrambi i casi il valore non era il sito più bello: era il negozio che parla senza attriti con il resto dell'azienda, e quindi che smette di bruciare margine in errori e correzioni manuali.

Uno dei modi più concreti per guadagnare di più è vendere dove prima non vendevi, e qui la piattaforma fa una differenza enorme. Con Shopify Markets gestisci più paesi da un solo negozio: valute locali, prezzi per mercato, domini e lingue, regole fiscali, tutto dallo stesso pannello. Aprire la Germania o gli Stati Uniti non vuol dire mettere in piedi un secondo ecommerce da mantenere in parallelo, con i costi e la manutenzione che questo comporta.

Su una piattaforma tradizionale la stessa cosa spesso significa proprio quello: store separati, sviluppi duplicati, un incubo di manutenzione che scoraggia l'espansione prima ancora di provarci. Il risultato è che tanti brand rimandano l'estero per anni, non perché manchi la domanda, ma perché la loro tecnologia rende il salto troppo caro. Guadagnare di più, in questo caso, vuol dire semplicemente togliere di mezzo l'ostacolo tecnico che teneva chiuso un mercato che era già lì ad aspettare.

Quando si confrontano le piattaforme si guarda quasi sempre il prezzo del canone, ed è l'errore classico. Il costo di un ecommerce non è la licenza, è tutto quello che gira intorno per tenerlo acceso: l'hosting, gli aggiornamenti di sicurezza, le patch, i fermi macchina nei momenti sbagliati, e soprattutto un pezzo di team che passa le giornate a mantenere invece che a far crescere. Le soluzioni pseudo enterprise sono maestre in questo: una licenza importante in prima pagina, e sotto una collana di costi che nel preventivo non compaiono mai.

Con Shopify quella parte sparisce dal tuo conto. L'infrastruttura, la sicurezza, la conformità PCI, la capacità di reggere i picchi del Black Friday sono incluse e gestite dalla piattaforma: sono il suo problema, non il tuo. Resta un canone prevedibile e le commissioni, che vanno lette bene ma che si mettono in un foglio e si sommano, senza sorprese a fine anno. Chi vuole vederci chiaro sui numeri li trova nel dettaglio nella guida ai costi e ai piani di Shopify. Il punto per il guadagno è semplice: ogni costo che smetti di sostenere è margine che prima non vedevi nemmeno.

Il confronto tra Shopify e Magento, o Prestashop, o WooCommerce, di solito si fa sbagliato, allineando funzioni in una tabella come se vincesse chi ne ha di più. Ma la funzione che c'è e richiede tre settimane di sviluppo per accendersi, in pratica, non ce l'hai. Il confronto che conta si fa su un altro piano: chi ti porta a casa più margine con meno attrito, chi ti fa arrivare prima sul mercato, chi ti costa meno per restare aggiornato e sicuro. Su quel piano il quadro cambia, e chi ha già i dieci buoni motivi per preferire Shopify li ritrova qui tradotti in denaro.

Questo non vuol dire che Shopify sia sempre la risposta, e sarebbe disonesto dirlo. Se hai logiche di business talmente particolari da vivere solo in un software costruito su misura, o vincoli che ti inchiodano a un ambiente specifico, il discorso va fatto caso per caso. Ma sono eccezioni, e sono meno di quante il team tecnico affezionato al sistema attuale tenda a raccontare. Per la stragrande maggioranza degli ecommerce mid market, e per buona parte dell'enterprise, quello che ieri chiedeva un'infrastruttura dedicata oggi lo copre Shopify, e dove non arriva la versione standard arriva Shopify Plus.

Il salto non conviene a tutti allo stesso modo, e chiunque ti dica il contrario ti sta vendendo qualcosa. Conviene quando la piattaforma che hai ti costa: in attrito, in vendite mancate, in lentezza, in un conto della manutenzione che cresce ogni anno. E la cosa buona è che non serve indovinare, si misura. Quanto costa e quanto tempo richiede un rilascio? Quanto converte il tuo checkout rispetto a quel 70% di abbandono medio? Quanto paghi ogni anno tra hosting, sviluppo e sicurezza? Quanta parte del tuo team è impegnata a tenere in piedi il negozio invece che a farlo crescere?

Se quelle risposte fanno male, il guadagno del passaggio a Shopify non è un'ipotesi da brochure, è una riga di conto economico che oggi è in rosso e che si può portare in nero. Non è la piattaforma in sé a fare il risultato: è il fatto di smettere di pagare pedaggi su ogni singola mossa. Chi vuole partire dalle fondamenta trova nel pezzo su come funziona davvero un ecommerce il contesto che tiene insieme tutte queste leve.

Resta la parte che nessuna piattaforma regala: farlo bene. Una migrazione è un progetto, con i suoi rischi, e il guadagno teorico diventa reale solo se il passaggio è governato con metodo, senza perdere per strada la SEO, i dati storici, le integrazioni che reggono l'operatività quotidiana. È esattamente il lavoro che facciamo, ed è il motivo per cui un replatforming ben fatto non si misura dal giorno del lancio, ma dai margini dei mesi che vengono dopo. La domanda giusta, di nuovo, non è quanto si guadagna con Shopify: è quanto stai guadagnando di meno, oggi, restando dove sei.

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