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Redazione·

Come vendere i tuoi prodotti agroalimentari all'estero

13 min di lettura

Export agroalimentare operativo: dogana e codice HS, certificati sanitari, etichettatura, accise sul vino, catena del freddo e vendita all'estero con Shopify Markets.

Come vendere prodotti agro alimentari all'estero

La cucina italiana è tra le più amate al mondo, e per un'azienda agroalimentare l'estero non è un mercato accessorio: spesso è la vera leva di crescita, quella che sposta il fatturato più della domanda interna. Il problema è che esportare cibo non somiglia a esportare un paio di scarpe. Il prodotto è deperibile, viaggia a temperatura controllata ed è regolato in ogni fase: sicurezza alimentare, etichettatura, controlli sanitari, dogana, fiscalità. Ogni Paese ha le sue regole, e non sono derogabili per contratto.

Questo è l'articolo operativo sull'export agroalimentare: non il perché conviene vendere all'estero, ma cosa serve concretamente per farlo. Classificazione doganale, differenza tra Unione europea e Paesi terzi, certificati sanitari all'esportazione, etichettatura per il Paese di destinazione, accise su vino e alcolici, catena del freddo internazionale, il ruolo dell'importatore locale, e come un ecommerce food gestisce più mercati da un'unica piattaforma. In chiusura, dove informarsi con le fonti ufficiali.

Un chiarimento di perimetro. La conformità interna del prodotto che scade, dalla gestione dei lotti alla catena del freddo dentro il magazzino, la trattiamo nel pezzo su cosa cambia quando il prodotto ha una scadenza; il quadro d'insieme del mercato, con numeri e tendenze, è nell'articolo sulle prospettive dell'ecommerce alimentare. Qui guardiamo fuori dal confine: cosa cambia nel momento in cui quello stesso prodotto deve attraversare una frontiera.

Prima ancora di scegliere il mercato, conviene sapere da che parte del confine doganale ci si trova. Dentro l'Unione europea vale la libera circolazione delle merci: niente dogana, niente dazi, nessuna dichiarazione di esportazione. Un formaggio che parte da Verona verso Monaco di Baviera si muove come se andasse a Napoli. Restano però in vigore le regole comuni di sicurezza alimentare, e l'etichettatura è armonizzata dal Regolamento UE 1169/2011, identico in tutti gli Stati membri.

Verso un Paese extra-UE cambia tutto. C'è una dogana vera, con una dichiarazione di esportazione, un dazio applicato all'ingresso nel Paese di destinazione, e una serie di controlli e autorizzazioni che dipendono dal prodotto e dallo Stato importatore. Le esportazioni di alimenti di origine animale, in particolare, sono spesso soggette a limitazioni, ad autorizzazione preventiva del Paese importatore e alla presentazione di certificati sanitari. La prima cosa da verificare, quindi, non è come vendere, ma se quel prodotto può entrare in quel Paese, e a quali condizioni.

Ogni merce che varca una frontiera ha un codice. È la classificazione doganale, e non è una formalità burocratica: da quel codice discendono il dazio applicabile, l'IVA all'importazione, le eventuali restrizioni e i documenti richiesti. Sbagliarlo significa pagare troppo, oppure bloccare la spedizione.

Il sistema è a strati. Alla base c'è il Sistema Armonizzato (HS), sei cifre gestite dall'Organizzazione mondiale delle dogane e usate da quasi tutti i Paesi. L'Unione europea aggiunge due cifre con la Nomenclatura combinata, arrivando a otto, e altre due con il TARIC, arrivando a dieci, che incorpora dazi e misure comunitarie. Per l'export si parte dal codice del prodotto e da lì si legge tutto il resto.

Il codice si individua analizzando la natura del prodotto, la sezione e il capitolo di riferimento, poi scorrendo voci e sottovoci fino alla classificazione corretta. Gli strumenti ufficiali per farlo sono il portale Access2Markets della Commissione europea, con il suo My Trade Assistant, e il servizio TARIC dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. In caso di dubbio si può richiedere all'Agenzia un'Informazione Tariffaria Vincolante, che dà certezza sulla classificazione prima ancora di spedire.

Il dazio non lo paga l'esportatore, lo paga chi importa nel Paese di destinazione, ma incide sul prezzo finale e quindi sulla competitività del prodotto. Qui entrano in gioco gli accordi di libero scambio che l'Unione europea ha firmato con decine di Paesi: se il prodotto rispetta le regole di origine previste dall'accordo, il dazio si riduce o si azzera.

Il punto delicato è proprio l'origine. Non basta che il prodotto parta dall'Italia: deve soddisfare i criteri di origine preferenziale dell'accordo con quel Paese. Access2Markets mette a disposizione uno strumento interattivo di autovalutazione delle regole di origine, il ROSA, che aiuta a capire se il prodotto qualifica. La prova di origine, di norma, è una dichiarazione dell'esportatore sulla fattura: sopra una certa soglia serve lo status di esportatore autorizzato o l'iscrizione al sistema REX, l'esportatore registrato. Per alcuni accordi resta in uso il certificato di circolazione EUR.1, rilasciato dalla dogana.

Chi esporta con continuità ha interesse a ottenere lo status di AEO, Operatore Economico Autorizzato: semplifica i controlli e velocizza le operazioni doganali, un vantaggio concreto quando si spediscono prodotti freschi che non possono restare fermi.

Per gli alimenti, la parte più complessa non è quasi mai la dogana in sé, sono i requisiti sanitari del Paese di destinazione. E cambiano non solo da Stato a Stato, ma da categoria a categoria di prodotto.

Prodotti di origine animale: i certificati veterinari

Carni, salumi, formaggi, prodotti lattiero-caseari, pesce: gli alimenti di origine animale sono i più sorvegliati. Per esportarli fuori dall'UE serve quasi sempre un certificato sanitario veterinario, il cui modello è negoziato bilateralmente tra l'Italia, o l'Unione, e il Paese importatore. Spesso lo stabilimento di produzione deve essere preventivamente riconosciuto e inserito in apposite liste dal Paese di destinazione, e la certificazione passa dai servizi veterinari delle ASL e dal sistema europeo TRACES NT. Il Ministero della Salute pubblica i modelli di certificato e gli accordi bilaterali in vigore, Paese per Paese.

Prodotti di origine vegetale: i certificati fitosanitari

Per frutta, verdura, sementi, riso e molti prodotti vegetali può essere richiesto un certificato fitosanitario, rilasciato dai Servizi fitosanitari regionali, che attesta l'assenza di organismi nocivi. Anche qui i requisiti dipendono dal Paese di arrivo e dalla tipologia di prodotto.

I requisiti del singolo Paese

Oltre al certificato, molti Paesi impongono adempimenti propri. Gli Stati Uniti, per esempio, richiedono la registrazione dello stabilimento presso la FDA, la nomina di un agente statunitense, la prior notice per ogni spedizione e la conformità alle regole FSMA. Altri mercati, come la Cina, chiedono la registrazione preventiva dell'azienda presso le autorità doganali. La regola generale è semplice: prima di partire si verifica cosa chiede quello specifico Paese per quello specifico prodotto.

Dentro l'Unione europea l'etichetta è standardizzata dal Regolamento 1169/2011: stesse regole su denominazione, ingredienti, allergeni, dichiarazione nutrizionale e termine minimo di conservazione. Fuori dall'UE non è più così. Ogni Paese detta la propria lingua obbligatoria, il proprio formato della tabella nutrizionale, le proprie regole su claim, additivi ammessi, unità di misura e indicazioni di data.

In pratica, l'etichetta pensata per il mercato italiano quasi mai è valida così com'è altrove. Serve un packaging adattato, spesso multilingue, e una verifica preventiva degli ingredienti e degli additivi consentiti nel Paese di destinazione: un colorante o un conservante legale in Italia può essere vietato altrove, e in quel caso il prodotto va riformulato oppure non entra.

Se esporti vino, spumanti, liquori o distillati entri nel mondo delle accise, un'imposta che colpisce specificamente alcune categorie di prodotti. In Italia il vino sconta un'accisa ad aliquota zero, ma resta un prodotto sottoposto ad accisa a tutti gli effetti, con i relativi obblighi di circolazione; i prodotti alcolici veri e propri sono invece tassati.

Il meccanismo operativo è la circolazione in sospensione d'accisa: i prodotti si muovono tra depositi fiscali sotto il sistema informatizzato EMCS, accompagnati dal documento amministrativo elettronico e-AD. Nell'export verso un Paese extra-UE la merce esce in sospensione, e l'accisa, dove prevista, viene assolta nel Paese di destinazione secondo le sue aliquote. Gestire correttamente depositi, codici accisa e documentazione è un capitolo a sé, e l'autorità competente è l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Per i prodotti freschi e deperibili il trasporto non è logistica ordinaria. La temperatura va controllata senza interruzioni dalla partenza all'arrivo, con container refrigerati e mezzi attrezzati, e ogni sosta in dogana è un rischio: un fresco fermo qualche giorno per un controllo documentale può arrivare a destinazione fuori specifica, e a quel punto non è più vendibile.

Qui diventano decisivi due elementi. Gli Incoterms, che stabiliscono dove finisce la responsabilità del venditore e dove inizia quella del compratore su trasporto, rischio, assicurazione e sdoganamento: nel food sceglierli con leggerezza significa scoprire a merce ferma di chi era l'onere di gestire la catena del freddo in un certo tratto. E l'assicurazione, che per il deperibile non è un optional ma la rete che copre il valore della spedizione quando qualcosa va storto lungo il tragitto.

Il modo storicamente più diffuso per entrare in un mercato estero è appoggiarsi a un importatore o a un distributore locale: un partner che conosce i canali, i buyer, la grande distribuzione, e che si fa carico di gran parte della compliance all'arrivo. Per un'azienda agroalimentare che non ha una struttura commerciale nel Paese, è spesso la via più rapida per arrivare a scaffale.

Sceglierlo bene conta più di quanto sembri. Vanno guardati il fit con i tuoi prodotti e i tuoi canali, le referenze e i marchi che già distribuisce, la solidità finanziaria, i margini con cui vuole lavorare e il supporto che offre nel lancio. Non è un fornitore qualsiasi: è chi rappresenta il tuo brand in un mercato dove tu non ci sei.

Poi c'è il contratto. La vendita internazionale di beni, quando si applica la legge italiana e il compratore ha sede in uno degli Stati aderenti, è disciplinata dalla Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale, la CISG, salvo che le parti la escludano espressamente. Attenzione a non confonderla con le regole alimentari: la CISG governa il contratto di compravendita, gli obblighi di consegna e la conformità della merce al pattuito, non la sicurezza del cibo, che resta materia delle norme sanitarie viste sopra. Accanto al contratto, gli Incoterms definiscono la resa. Su questo terreno vale la pena farsi assistere da chi conosce la contrattualistica internazionale.

Accanto al canale dell'importatore, oggi c'è la vendita diretta al consumatore oltre confine, il cross-border ecommerce. Non sostituisce il distributore, lo affianca: serve i mercati dove non hai ancora un partner, presidia il brand e ti fa parlare direttamente con il cliente finale. Il nodo tecnico è gestire più mercati senza moltiplicare i siti.

È esattamente ciò che fa Shopify Markets: da un'unica base Shopify si configurano fino a cinquanta mercati, ciascuno con la sua valuta, le sue lingue, i suoi listini gestiti tramite cataloghi, i suoi domini o sottocartelle localizzati. Sui piani Plus c'è il rilevamento automatico del Paese del visitatore, e con Managed Markets si possono mostrare e riscuotere dazi e tasse di importazione già al checkout, così il cliente estero non riceve sorprese alla consegna. Come si imposta tutto questo lo spieghiamo nella guida a Shopify Markets e in quella più ampia sull'internazionalizzazione dell'ecommerce.

Per il food resta una cautela: la piattaforma gestisce benissimo la parte commerciale multi-mercato, valute, lingue e prezzi, ma non ti solleva dagli adempimenti visti finora. Cosa puoi spedire, dove, con quali certificati e a quale temperatura resta una questione di prodotto e di Paese, non di tecnologia. Se stai ancora inquadrando le basi, il funzionamento di un ecommerce lo abbiamo raccontato per intero altrove.

Vale la pena fermarsi su un punto che tiene insieme tutto il resto, perché è quello che trasforma l'export da progetto occasionale a canale strutturale: l'ecommerce non è una vetrina in più, è l'acceleratore. È l'infrastruttura che regge la vendita all'estero, e la regge in due modi diversi a seconda di come decidi di andare sul mercato. Se vuoi vendere direttamente al consumatore straniero ti serve un canale B2C, ed è il territorio di Shopify Markets che abbiamo appena visto. Se invece preferisci appoggiarti a una rete di importatori e distributori ti serve un canale B2B, con prezzi negoziati, cataloghi riservati e condizioni di pagamento dedicate. Sono due macchine commerciali diverse, e il vantaggio di una piattaforma come Shopify è che le governa entrambe dalla stessa base: puoi scegliere l'una, l'altra, o tenerle insieme sullo stesso store.

B2B: digitalizzare il rapporto con importatori e distributori

Quando passi dalla rete di distributori, il canale online non sparisce, cambia forma: diventa B2B. Shopify ha una modalità dedicata, disponibile sui piani superiori, che porta il commercio all'ingrosso dentro la stessa piattaforma. Ogni cliente si modella come azienda, con le sue sedi; a ciascuna si associano cataloghi e listini riservati, così l'importatore vede solo i prodotti e i prezzi concordati con lui; si impostano termini di pagamento a trenta o sessanta giorni; gli ordini si gestiscono come bozze da inviare per approvazione e fatturazione. In pratica il rapporto con il distributore estero, storicamente fatto di listini in PDF, email e ordini al telefono, si sposta su un portale dove è il distributore stesso a ordinare, alle sue condizioni. Stessa piattaforma, stesso catalogo di base, un motore di vendita diverso.

Un pubblico diverso in ogni Paese, sotto entità legali diverse

Poi c'è il punto che nel food, e nel vino in particolare, fa la differenza vera. Sui piani Shopify Plus puoi vendere al pubblico in Paesi diversi sotto entità legali diverse: a ogni Paese associ una società domiciliata in quella regione, con un proprio conto Shopify Payments legato a quel Paese, così la transazione avviene contro un'entità locale, nella valuta locale, su un account domestico. Non è un dettaglio formale. È ciò che ti permette di rispettare le normative che, mercato per mercato, pretendono che a vendere sia un soggetto residente in quella regione, esattamente il tipo di vincolo che si accumula sugli alimentari e soprattutto sugli alcolici, tra licenze, registrazioni fiscali e restrizioni su chi può vendere cosa.

Il risultato è che invece di aprire e mantenere un sito separato per ogni Paese governi mercati diversi, con le loro regole e le loro entità, da un'unica piattaforma. È la stessa logica che attraversa tutto questo articolo: la complessità di esportare cibo non si cancella, ma la tecnologia le impedisce di moltiplicarsi a ogni nuovo mercato.

L'errore più comune, nell'export agroalimentare, è raccogliere informazioni di seconda mano su forum e sentito dire. Le fonti che contano sono ufficiali e di prima mano, e sono queste.

  • Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: classificazione TARIC, dazi, accise e procedure doganali.
  • Access2Markets (Commissione europea): dazi, regole di origine e requisiti per ogni combinazione di prodotto e mercato.
  • Ministero della Salute: certificati sanitari all'esportazione e accordi bilaterali, Paese per Paese.
  • ICE Agenzia: assistenza all'internazionalizzazione, ricerca di partner e distributori, fiere e desk nei Paesi esteri.
  • Info Mercati Esteri (MAECI): schede Paese con dogana, normativa e barriere all'ingresso.
  • SIMEST: finanziamenti agevolati per l'export e la digitalizzazione, utili proprio per sostenere un progetto di apertura ai mercati esteri.

A queste si aggiungono le Camere di Commercio, che rilasciano i certificati di origine e assistono sulle pratiche, e la rete Enterprise Europe Network, che offre supporto gratuito alle PMI che vogliono esportare.

Esportare cibo, alla fine, è un lavoro di incastri: il codice doganale giusto, il certificato sanitario che il Paese pretende, l'etichetta conforme, l'accisa gestita, il freddo che non si interrompe, il partner o la piattaforma che porta il prodotto al cliente. Nessuno di questi pezzi è complicato in sé; è la loro somma, moltiplicata per ogni mercato, a fare la differenza tra un export che cresce e uno che si blocca alla prima dogana.

È il tipo di complessità che si governa con metodo, non con improvvisazione. Sul lato digitale, un ecommerce food costruito bene su Shopify, con i mercati, le valute e i listini impostati come si deve, toglie di mezzo una buona parte del problema e lascia all'azienda l'energia per concentrarsi su ciò che gli altri non possono replicare: il prodotto.

Devo per forza passare da un importatore o posso vendere direttamente online?

Le due strade convivono. L'importatore ti porta nella distribuzione fisica e si fa carico di buona parte della compliance locale; la vendita diretta online, con una piattaforma come Shopify Markets, presidia i mercati dove non hai un partner e ti mette in contatto con il cliente finale. Molte aziende agroalimentari usano entrambi i canali, su Paesi diversi.

Che differenza c'è tra esportare nell'Unione europea e fuori dall'UE?

Dentro l'UE vale la libera circolazione: niente dogana né dazi, ed etichettatura armonizzata dal Regolamento 1169/2011. Fuori dall'UE ci sono dogana, dazi, classificazione doganale, certificati sanitari ed eventuali autorizzazioni del Paese importatore. È la differenza che pesa di più sull'operatività quotidiana.

Quali certificati servono per esportare alimenti fuori dall'UE?

Dipende dal prodotto e dal Paese. Per gli alimenti di origine animale serve quasi sempre un certificato sanitario veterinario, spesso con riconoscimento preventivo dello stabilimento; per i prodotti vegetali può servire un certificato fitosanitario. A questi si aggiungono i requisiti specifici del Paese di destinazione, da verificare caso per caso sul sito del Ministero della Salute e su Access2Markets.

Il vino paga accise all'esportazione?

In Italia il vino ha un'accisa ad aliquota zero ma resta un prodotto sottoposto ad accisa, con obblighi di circolazione tramite il sistema EMCS e il documento e-AD. Nell'export extra-UE la merce esce in sospensione d'accisa e l'eventuale imposta si assolve nel Paese di destinazione. Per liquori e distillati le accise sono invece piene, e l'autorità di riferimento è l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Come gestisco valute e lingue diverse su un ecommerce alimentare?

Con Shopify Markets configuri da un'unica base più mercati, ciascuno con valuta, lingua e listino propri, senza dover creare un sito per Paese. Restano da rispettare, a monte, le regole su cosa puoi spedire dove e con quali certificati: la piattaforma gestisce il commercio, non gli adempimenti sanitari e doganali.

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