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Redazione·

Vendere online dopo Natale: cosa fare a gennaio tra resi, retention e saldi

13 min di lettura
Vendere online dopo Natale

Dal Black Friday in poi le caselle di posta vengono sommerse di sconti, e dopo il picco delle feste molti negozi online si ritrovano con lo stesso pensiero: le vendite calano, partono i resi, e gennaio sembra un mese da sopravvivere più che da lavorare. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Gennaio non è il mese morto dopo la festa, è il mese in cui si decide buona parte della redditività e della fedeltà dell'anno che inizia.

La ragione è semplice: a dicembre un ecommerce incassa, ma incassa spesso da persone che comprano una volta sola, regali per altri, acquisti d'impulso spinti dalle promozioni. Quello che succede nelle settimane successive, come si gestiscono i resi, se i nuovi clienti tornano, come si smaltisce il magazzino, determina se quel picco si trasforma in valore duraturo o se evapora in margine bruciato. Questo articolo, nato nel 2016 con qualche consiglio per stimolare le vendite dopo le feste, lo riscriviamo da capo mettendo al centro ciò che oggi conta davvero in quelle settimane.

Va aggiunto un dato di contesto che dieci anni fa pesava meno: oggi una quota altissima degli acquisti delle feste avviene online, e proprio chi compra online tende a provare più pentimento rispetto a chi compra in negozio, perché non ha visto né toccato il prodotto. Il risultato è che il dopo-feste è diventato una stagione a sé, con un nome che gli operatori usano ormai apertamente, il mese dei resi, e con una pressione operativa che cresce di anno in anno. Sapere che arriverà permette di prepararsi, e prepararsi è metà del lavoro.

Il vero primo problema del dopo-feste non è far ripartire le vendite, sono i resi. Gennaio è il picco nascosto dell'ecommerce: subito dopo Natale le richieste di reso esplodono, e in alcuni comparti arrivano a riguardare una quota enorme degli ordini festivi, con punte molto alte nella moda per via di taglie sbagliate e acquisti multipli destinati a essere in parte restituiti. Una parte consistente dei consumatori mette in conto, già al momento dell'acquisto, di rendere almeno un regalo. È un'onda prevedibile, e proprio perché prevedibile va gestita come un processo, non subita come un fastidio.

La differenza la fa la politica di reso. I dati di settore sono netti su due punti: quasi la metà dei consumatori ha smesso di comprare da un brand a causa di un'esperienza di reso negativa, e la grande maggioranza dichiara che un reso facile e trasparente aumenta la fedeltà. Il reso, in altre parole, non è solo un costo, è un momento della relazione che può consolidare o rompere la fiducia. Una procedura chiara, comunicata prima dell'acquisto e semplice da avviare, riduce l'ansia di chi compra, abbassa le richieste all'assistenza e fa tornare le persone. È anche uno degli elementi che pesano su come e perché il cliente italiano sceglie di comprare.

Sul piano operativo, l'obiettivo intelligente non è evitare il reso, è trasformarlo. Offrire il cambio o il credito sul negozio come opzione privilegiata rispetto al rimborso trattiene il valore dentro l'azienda invece di lasciarlo uscire. Curare la logistica inversa, sapere in quanto tempo la merce rientra disponibile, evita che un prodotto reso resti settimane fermo mentre lo si vende come esaurito. E attenzione alle frodi e ai rimborsi emessi prima del rientro fisico della merce, che nei mesi di volumi alti diventano una falla concreta nel margine. Gestire bene i resi a gennaio è, in molti casi, più redditizio che cercare di spremere nuove vendite.

C'è anche un lavoro che si fa prima, e che a gennaio si raccoglie: ridurre i resi a monte. Una quota importante delle restituzioni nasce da aspettative disattese, taglie incerte, foto poco fedeli, descrizioni vaghe. Schede prodotto accurate, guide alle taglie, immagini realistiche, recensioni e domande dei clienti riducono il numero di ordini destinati a tornare indietro, e quindi il costo che si scarica su gennaio. Per chi ha anche punti vendita, offrire il reso in negozio trasforma un costo logistico in un'occasione di contatto: la persona entra, restituisce, e spesso compra altro. L'integrazione tra online e fisico, su questo, è un vantaggio concreto e non una formula.

Il secondo lavoro è sul cliente. A dicembre un ecommerce acquisisce molte persone nuove, ma la maggior parte ha comprato un regalo per qualcun altro, sotto la spinta di uno sconto, e senza un legame reale con il brand. Lasciarle andare significa pagare il costo di acquisizione della stagione e non incassarne il ritorno. Il compito di gennaio è far compiere a questi clienti occasionali il secondo passo: il primo acquisto per sé.

Gli strumenti ci sono e lavorano da soli, se impostati. Una sequenza di benvenuto ben fatta accoglie chi si è iscritto durante le feste e lo accompagna verso un acquisto non legato al regalo. Un flusso di riattivazione recupera chi ha comprato una volta e non è più tornato. Il cross-sell e l'up-sell ragionati sulla cronologia degli acquisti di dicembre suggeriscono il prodotto complementare o di gamma superiore. Tutto questo è il terreno dell'email automation, che vale gran parte del fatturato del canale, e gennaio è il mese in cui rende di più, perché lavora su una base appena allargata.

Un accorgimento che il vecchio approccio promozionale dimenticava: dato che molti acquisti di dicembre erano regali, non sappiamo per chi fosse davvero il prodotto. Invitare il cliente a condividere un'offerta, o costruire la comunicazione di gennaio attorno al destinatario reale del regalo, aiuta a intercettare anche chi ha ricevuto e non solo chi ha comprato. La logica non è bombardare di sconti, è spostare la relazione da occasionale a continuativa.

Conviene anche distinguere i nuovi clienti per valore e comportamento, invece di trattarli come un blocco unico. Chi ha speso molto o ha comprato più articoli merita un'attenzione diversa da chi ha preso un singolo oggetto in saldo. Un programma di fedeltà, anche semplice, dà una ragione concreta per tornare, e i primi novanta giorni dopo l'acquisto sono la finestra in cui si decide se una persona diventerà un cliente abituale o resterà un nome nella lista. Gennaio cade esattamente dentro quella finestra per tutti gli acquirenti di dicembre: è il momento in cui vale la pena concentrare gli sforzi di retention.

C'è una ragione economica forte dietro tutto questo. Il costo per acquisire un cliente nuovo è molto più alto di quello per far comprare di nuovo chi già ti conosce, e a dicembre quel costo lo hai già sostenuto. Far tornare anche solo una parte degli acquirenti delle feste sposta in modo sensibile il valore generato dalla stagione, perché distribuisce l'investimento di acquisizione su più ordini invece che su uno solo. Gennaio è il mese in cui questo recupero è più a portata di mano, perché i nuovi clienti sono freschi, ricordano il brand e sono ancora raggiungibili: rimandare significa farli raffreddare e perderne la maggior parte.

C'è poi la questione dell'inventario. Dopo le feste restano i prodotti stagionali, le taglie spaiate, gli articoli legati a mode che invecchiano in fretta. Liberare il magazzino ha senso, sia per fare cassa sia per fare spazio, ma il modo in cui lo si fa cambia tutto. Lo sconto secco e generalizzato svuota lo stock e insieme erode il margine e abitua i clienti ad aspettare il ribasso, vanificando il valore percepito del brand.

Le alternative più sane esistono. I bundle, che combinano un prodotto da smaltire con uno a margine pieno, muovono l'inventario senza bruciare il prezzo. Le offerte mirate solo sui segmenti giusti, magari riservate a chi non ha già ricevuto un incentivo di recente, evitano di regalare sconti a chi avrebbe comprato comunque. E va tenuto d'occhio il flusso di cassa: dopo il picco di dicembre, gennaio è un mese in cui costi e resi pesano, e svendere senza criterio può sembrare liquidità mentre in realtà è perdita. L'obiettivo non è vendere a qualsiasi prezzo, è vendere ciò che serve liberare proteggendo il resto.

Va poi ricordato che in Italia i saldi invernali hanno date d'inizio fissate a livello regionale, di norma all'inizio di gennaio, e che la pressione promozionale del periodo è altissima. Distinguersi nel rumore non significa avere lo sconto più aggressivo, significa avere l'offerta più pertinente per il singolo cliente e comunicarla con chiarezza, valore percepito e tempi definiti. Una scadenza reale crea urgenza vera, mentre lo sconto permanente la spegne. Anche qui il principio è lo stesso del resto dell'articolo: pertinenza e misura battono la quantità.

Gennaio ha però anche una domanda sua, che un ecommerce attento intercetta. L'arrivo dell'anno nuovo cambia la mentalità delle persone: dopo le abbondanze delle feste arrivano i buoni propositi, il desiderio di ordine, di benessere, di ripartenza. È una stagione naturale per certe categorie, fitness e attrezzatura sportiva, salute e benessere, alimentazione, prodotti per l'organizzazione e la produttività, libri e corsi. Chi vende in questi ambiti ha a gennaio una finestra che a dicembre non aveva.

Lo stesso vale per la cura di sé. Durante le feste molte persone si sono concentrate sugli altri, sui regali, sull'organizzazione di pranzi e cene, trascurandosi. Portare l'attenzione su di loro, invitarle a prendersi del tempo e a farsi un regalo dopo aver pensato a tutti, è un messaggio che a gennaio funziona perché incontra uno stato d'animo reale. Non è una promozione qualsiasi, è parlare al momento giusto, che resta il principio di fondo di ogni buona comunicazione.

Il punto, anche qui, è il tempismo combinato con la pertinenza. Proporre attrezzatura sportiva a chi ha appena dichiarato di volersi rimettere in forma, suggerire strumenti di organizzazione a chi vuole un anno più ordinato, presentare un prodotto di benessere a chi cerca di prendersi cura di sé, sono mosse che funzionano perché incontrano un bisogno già attivo. È l'opposto dello sconto generico spedito a tutti: è la stessa logica di personalizzazione che regge tutto il resto della strategia, applicata a una stagione che ha desideri molto riconoscibili.

Un errore frequente è trattare gennaio come la coda della stagione natalizia invece che come l'inizio di quella nuova. Il calendario commerciale non si ferma: San Valentino è dietro l'angolo e va preparato per tempo, in alcuni mercati il Capodanno conta, e tutto il primo trimestre va pianificato mentre i dati delle feste sono ancora caldi. Anticipare le occasioni successive, invece di rincorrerle, è ciò che distingue chi naviga la stagionalità da chi la subisce.

In questo i canali social e le attività di remarketing restano strumenti centrali, in ogni periodo dell'anno. Servono a riproporre i prodotti a chi ha visitato il sito senza comprare, a mostrare con contenuti curati ciò che resta a catalogo, a tenere viva l'attenzione tra un picco e l'altro. Il remarketing in particolare lavora su un pubblico che ha già dimostrato interesse, e per questo converte meglio della pubblicità rivolta a freddo: dopo le feste, quando il traffico raccolto a dicembre è ancora rintracciabile, è una delle leve a miglior rendimento.

Vale la pena, infine, usare gennaio anche per l'igiene. Dopo una stagione di traffico e iscrizioni intense, la lista contatti contiene indirizzi inattivi, doppioni, persone iscritte solo per lo sconto e mai più tornate. Ripulirla, riattivare chi si può e lasciare andare chi non risponde, migliora la qualità delle comunicazioni successive e protegge la recapitabilità degli invii per tutto l'anno. È un lavoro poco appariscente, che però incide direttamente sull'efficacia di ogni campagna futura, e che il mese più lento è il momento ideale per fare.

La cosa più preziosa che dicembre lascia non è il fatturato, sono i dati. Il picco delle feste genera una mole di informazioni di prima mano enorme: chi ha comprato cosa, da quale canale, a che prezzo, con quale metodo di pagamento, e poi cosa ha reso. È materiale che, se letto, orienta tutto l'anno successivo: quali prodotti spingere, quali clienti coltivare, dove il percorso d'acquisto si è inceppato.

Un sondaggio ai clienti delle feste, breve e ben fatto, aggiunge a questi dati il perché: cosa ha funzionato, cosa no, dove preferiscono ricevere le comunicazioni, cosa comprerebbero ancora. È un'occasione doppia, perché raccoglie informazioni e insieme tiene viva la relazione. Su tutto questo l'intelligenza artificiale ha alzato l'asticella: segmentare la base clienti, personalizzare le offerte, prevedere chi è a rischio di non tornare sono attività che oggi si fanno su scala prima impensabile. Ma valgono solo se i dati raccolti durante la stagione sono ordinati e usati, non lasciati a sedimentare in un report che nessuno apre.

Un esempio concreto di cosa significa usarli: i clienti che a dicembre hanno comprato un prodotto che si consuma possono entrare in un flusso di riordino tarato sul momento giusto; chi ha acquistato un regalo costoso può ricevere a gennaio una proposta coerente per sé; chi ha mostrato segnali di insoddisfazione, un reso, una recensione tiepida, va intercettato prima che sparisca. Sono azioni che partono tutte dallo stesso giacimento di dati e che, automatizzate, lavorano per mesi senza ulteriore sforzo.

Chiuso il picco, vale la pena fermarsi e guardare indietro con i numeri alla mano, finché il ricordo è fresco. Quanto è stato il tasso di reso reale e su quali prodotti si è concentrato. Quali campagne hanno portato clienti che poi sono tornati e quali solo ordini una tantum. Dove il percorso d'acquisto si è inceppato sotto carico, dal sito al checkout alla consegna. Quanto è costato davvero gestire la stagione, resi compresi, rispetto a quanto ha incassato. Sono domande noiose e decisive: rispondervi a gennaio significa arrivare alla stagione successiva con un piano invece che con le stesse sorprese.

Trattare questa analisi come parte del lavoro, e non come un di più da fare se avanza tempo, è ciò che separa un ecommerce che migliora ogni anno da uno che ripete ogni anno gli stessi inciampi. Il dato raccolto sotto pressione vale doppio, perché racconta come l'azienda regge quando il carico è massimo.

Vendere online dopo Natale non vuol dire inseguire disperatamente qualche ordine in più in un mese fiacco. Vuol dire governare bene le settimane in cui si decide il ritorno sull'investimento della stagione: trasformare i resi in occasioni di fedeltà invece che in costi subiti, fare del cliente occasionale di dicembre un cliente che torna, liberare il magazzino senza svendere il margine, intercettare la domanda reale di gennaio e mettere a frutto i dati raccolti durante il picco.

È un cambio di prospettiva: gennaio non è la fine di qualcosa, è l'inizio dell'anno commerciale, e va affrontato con un piano, non con la rassegnazione del dopo-festa. Le aziende che lo capiscono usano il mese più temuto per costruire la base dei dodici successivi. È esattamente il tipo di lavoro, fatto di processo, dati e relazione, che noi affrontiamo con metodo accanto ai nostri clienti, perché è lì che si vede la differenza tra un ecommerce che vive di picchi e uno che cresce con continuità.

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