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Redazione·

Marketing B2B: come si acquisiscono clienti aziendali online

5 min di lettura

Il compratore B2B fa quasi tutto il percorso da solo, prima di parlare con un venditore. Come si presidia quel tratto: domanda esistente, domanda latente, funnel e metriche del marketing B2B.

quanto-investire-nbound-marketing-B2B.jpgImmagine generata con intelligenza artificiale

Quando un buyer aziendale ti chiama, ha già fatto quasi tutto il percorso. Ha cercato, confrontato, letto le schede tecniche di tre fornitori, chiesto a un collega, e negli ultimi mesi ha cominciato a chiedere anche a un assistente conversazionale. La telefonata arriva alla fine, non all'inizio. Il marketing B2B serve a esserci in quel tratto di strada, quello che l'azienda non vede e che decide chi entra nella rosa dei fornitori considerati.

È il motivo per cui il marketing B2B non è il marketing consumer con meno budget. Cambiano le regole del gioco: chi decide non è chi usa il prodotto, il ciclo di vendita dura mesi, l'ordine si ripete negli anni, e a valutarti è un gruppo di persone, l'ufficio acquisti, la produzione, la direzione, ognuna con una domanda diversa. Un pubblico piccolo, competente e lento. Le tattiche pensate per il volume, qui, girano a vuoto.

La conseguenza pratica è che il numero di visite conta poco. Un settore industriale intero può valere poche centinaia di ricerche al mese, e va benissimo così: se dieci di quelle ricerche le fa il responsabile acquisti di un'azienda che compra ogni mese per anni, quel traffico vale più di centomila visite consumer. Il marketing B2B si progetta su questa asimmetria, non contro.

La prima metà del lavoro è farsi trovare da chi sta già cercando. Nel B2B le ricerche hanno una forma riconoscibile: il codice articolo o il codice del costruttore, la categoria merceologica con il suo nome tecnico, la norma o la certificazione che il capitolato impone, il problema di produzione descritto in gergo. Sono query brutte, poco eleganti, spesso lunghe, e quasi sempre libere: i concorrenti presidiano il nome del proprio brand e trascurano la categoria, che è esattamente il punto in cui il buyer cerca quando ancora non sa a chi rivolgersi.

Il materiale che risponde a quelle ricerche non è il blog aziendale generico: sono le schede prodotto complete di attributi tecnici, le pagine di categoria scritte come le userebbe un tecnico, i casi applicativi, le tabelle di compatibilità, la documentazione. È lo stesso materiale che oggi decide un'altra partita, quella della citabilità: quando il buyer chiede a un assistente conversazionale chi produce un certo componente, l'assistente cita chi ha pubblicato informazioni verificabili e strutturate, non chi ha lo slogan più bello. Nel B2B, dove le fonti autorevoli sono poche, questa è una porta ancora aperta.

La domanda esistente, però, è un mercato finito. L'altra metà del lavoro è farsi conoscere da chi non ti sta cercando, e qui gli strumenti sono LinkedIn, le campagne a pubblico ristretto, la fiera, le newsletter di settore, i casi studio. La regola pratica è una sola: nel B2B funziona il contenuto che il tuo interlocutore può girare al suo capo senza vergognarsi. Un caso cliente con numeri veri, un confronto tecnico onesto, un calcolo di costo. Non l'annuncio brillante, che nessuno inoltra.

È anche il punto in cui marketing e commerciale smettono di essere due mondi. Un contatto generato e lasciato in una lista è denaro bruciato: nel B2B il lead non si converte da solo, si accompagna. Chi genera i contatti e chi li lavora devono guardare lo stesso numero, altrimenti il marketing ottimizza sui lead e il commerciale si lamenta della loro qualità, per anni.

Il percorso di un cliente aziendale ha quattro tappe, e il marketing le presidia tutte: il contatto, la richiesta di listino o di accesso all'area riservata, il primo ordine, il riordino. La tappa in cui si perdono più clienti è la seconda, ed è quasi sempre un problema di attrito: il buyer compila un modulo, e poi aspetta due giorni che qualcuno gli mandi un PDF. È qui che il canale digitale smette di essere un tema tecnico e diventa uno strumento di acquisizione, perché un ecommerce B2B chiude il giro da solo: il cliente si registra, ottiene il suo catalogo con i suoi prezzi e ordina, senza che nessuno debba ribattere niente.

Vale anche per i clienti che hai già. Portare uno storico sul portale non è un problema informatico, è una campagna: va spiegato al cliente cosa ci guadagna, va accompagnato il primo ordine, va coinvolto l'agente che quel cliente lo conosce da dieci anni. L'adozione è la parte più sottovalutata di tutta l'operazione, ed è un lavoro di marketing, non di IT.

Nel B2B i lead non sono una metrica, sono un'illusione. Le uniche misure che reggono sono quelle che arrivano fino in fondo: il costo di acquisizione per cliente acquisito, non per contatto, il tasso di conversione da contatto a primo ordine, la durata del ciclo di vendita, che se si accorcia vale più di qualunque campagna, e il valore del cliente nel tempo, che nel B2B è alto e ripaga un costo di acquisizione che nel consumer sarebbe insostenibile. Il ritorno del canale in sé, fatto di ordini raccolti in autonomia, costo pieno di un ordine e frequenza di riordino, è invece un conto diverso, e l'ho fatto per intero nell'articolo sui vantaggi dell'ecommerce B2B.

Il primo è fare marketing consumer a un pubblico professionale: si genera traffico che non comprerà mai, e si scambia il volume per un risultato. Il secondo è presidiare solo il proprio nome, cioè farsi trovare da chi ti conosce già, e lasciare scoperte le categorie merceologiche, che sono la porta d'ingresso di chi non ti conosce. Il terzo, il più costoso, è tenere il marketing e il canale di vendita in due stanze separate: si spende per portare un buyer sul sito e poi lo si fa aspettare due giorni per un listino.

Il marketing B2B, in fondo, non serve a generare traffico. Serve a farsi trovare, e a farsi riconoscere come credibile, da poche persone che valgono molto, e a portarle senza attrito fino al primo ordine. È il modo in cui affrontiamo il tema nei progetti enterprise: prima si guarda come compra davvero il cliente del cliente, poi si decide dove mettere i soldi. Quasi mai la risposta è la campagna più vistosa.

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