Salta al contenuto principale
Shopify Premier Partner
Redazione·

Pubblicizzare un ecommerce: da dove iniziare per portare traffico che converte

13 min di lettura

Se lo costruisci, non verranno. Da dove si parte davvero per promuovere un ecommerce: fondamenta, i due motori del traffico, i canali nell'ordine giusto e come misurare senza bruciare budget.

Pubblicizzare un ecommerceImmagine generata con intelligenza artificiale

C'è un mito fondativo dell'ecommerce, vecchio quanto il commercio online, che ha rovinato un sacco di progetti: se lo costruisci, verranno. Apri il sito, metti i prodotti, e i clienti arrivano. Non funziona così, non ha mai funzionato così. Un ecommerce appena nato è un negozio in mezzo al deserto: bellissimo, magari, ma vuoto, perché nessuno sa che esiste.

Pubblicizzare un ecommerce vuol dire risolvere questo problema: portare persone, e portare quelle giuste. Ma è anche il punto dove si bruciano più soldi senza criterio, inseguendo l'ultimo canale di moda, spendendo in advertising prima di aver sistemato ciò che trasforma una visita in un ordine.

Questo pezzo prova a mettere ordine: da dove si parte davvero, quali sono i motori del traffico, come si scelgono i canali uno per uno e come si misura senza buttare budget. Non una lista di trucchi da inseguire per una stagione, ma un modo di ragionare che regge nel tempo, anche quando cambiano le piattaforme e le mode.

Sembra controintuitivo, ma il primo passo per pubblicizzare bene un ecommerce è non pubblicizzarlo. O meglio, non farlo finché il sito non è pronto a ricevere quel traffico. Portare visitatori su uno store che converte male è come versare acqua in un secchio bucato: più ne metti, più ne perdi, e ti illudi che il problema sia la quantità d'acqua.

Prima dell'advertising vengono tre cose, e vale la pena guardarle una per una: un sito che converte, un tracciamento che dice la verità, e un'offerta che dà a qualcuno una ragione per comprare da te e non dal concorrente a un clic di distanza. Sistemate queste, ogni euro speso in promozione rende molto di più. Trascurate, moltiplicano solo lo spreco.

Un sito che converte, prima di ogni clic comprato

La velocità è la prima gentilezza che devi a chi arriva: una pagina lenta perde persone prima ancora che vedano il prodotto. Google ne ha fatto da tempo un segnale di posizionamento con i Core Web Vitals, le metriche che misurano quanto in fretta una pagina diventa visibile e utilizzabile, e la correlazione tra millisecondi di attesa e vendite perse è una delle poche costanti dell'ecommerce. Su mobile, dove ormai passa la maggior parte del traffico, conta doppio.

Poi c'è il checkout, il punto dove il traffico che hai pagato si trasforma in fatturato oppure evapora. Secondo i dati del Baymard Institute, quasi sette carrelli su dieci vengono abbandonati prima dell'acquisto, e buona parte di quell'emorragia non nasce dal prezzo ma dalla frizione: costi di spedizione mostrati troppo tardi, un obbligo di registrazione, troppi campi, pochi metodi di pagamento. Ogni attrito rimosso qui vale più di qualsiasi euro aggiunto in campagna, perché lavora su persone che avevano già deciso di comprare.

E ci sono le schede prodotto, che sono i tuoi venditori silenziosi: foto che mostrano davvero, descrizioni che rispondono alle obiezioni prima che diventino dubbi, recensioni che rassicurano, disponibilità e tempi di consegna dichiarati con chiarezza. Una scheda fatta bene converte il traffico che le altre pagine si limitano a far passare.

Dati che dicono la verità

La seconda fondamenta è un tracciamento che funziona, perché senza misurare non sai cosa rende e cosa no, e stai spendendo alla cieca. Significa avere installato bene l'analitica, oggi Google Analytics 4, con gli eventi di acquisto che scattano quando devono, il valore degli ordini che torna corretto, e le conversioni che le piattaforme pubblicitarie ricevono in modo affidabile. Un tracciamento sporco non è un dettaglio da rimandare: falsa ogni decisione che prendi a valle, e ti fa spegnere campagne che funzionano o alimentare campagne che perdono.

Su questo pesa anche il consenso: senza il permesso dell'utente molti dati non si possono più raccogliere, e il tracciamento va progettato per rispettare le regole e insieme restare utile. Ci torniamo più avanti, perché è diventato il cuore della misurazione moderna.

Un'offerta che dà una ragione per comprare da te

La terza fondamenta non è tecnica, è strategica: perché qualcuno dovrebbe comprare proprio da te? Se la risposta è solo il prezzo, la pubblicità diventa una gara a chi brucia più margine, e la vince chi ha le spalle più larghe. Se invece c'è una ragione vera, un assortimento che altri non hanno, una competenza, un servizio, una spedizione o una garanzia che tolgono il rischio dall'acquisto, allora la promozione ha qualcosa da amplificare. La pubblicità non crea il motivo per comprare, lo diffonde. Se il motivo non c'è, nessun budget lo inventa.

Tutto il traffico, a pagamento e organico, si può ricondurre a due logiche diverse, ed è utile tenerle separate perché si comprano, si scrivono e si misurano in modo diverso.

C'è la domanda esistente: persone che stanno già cercando quello che vendi. Le intercetti dove cercano, sui motori di ricerca, con la SEO e con gli annunci sulla rete di ricerca. È traffico ad alta intenzione, vicino all'acquisto, perché chi cerca scarpe da trekking impermeabili un paio le vuole davvero. Costa di più per clic, ma converte meglio, e ti mette in competizione diretta con chi vende esattamente la stessa cosa.

E c'è la domanda da creare: persone che non ti stanno cercando, ma che potrebbero volere il tuo prodotto se solo lo scoprissero. Le raggiungi dove passano il tempo, sui social, con contenuti e annunci che interrompono lo scorrimento e accendono un desiderio che prima non c'era. È traffico più freddo, più a monte nel percorso d'acquisto, ma è anche l'unico modo per crescere oltre il bacino ristretto di chi già ti cerca.

Un ecommerce sano lavora su entrambi i motori. Vivere solo di domanda esistente significa litigarsi un bacino limitato con tutti i concorrenti, fino a farne salire il prezzo; vivere solo di domanda creata significa pagare per scaldare gente che forse non comprerà mai. Le due cose si tengono: la domanda che accendi oggi sui social diventa, settimane dopo, la ricerca del tuo nome su Google. Il freddo di adesso è il caldo di domani, se lo coltivi.

Scelti i motori, servono i canali che li alimentano. Nessuno è magico e nessuno è gratis davvero, perché anche l'organico costa tempo e competenza. Quello che segue è cosa fa ciascuno e a cosa serve; sulle tattiche concrete di esecuzione, campagna per campagna, abbiamo una guida dedicata a come promuovere un ecommerce.

La SEO è il canale che lavora mentre dormi. Posizionare pagine, categorie e schede sui motori di ricerca porta traffico qualificato e senza costo per clic, ma è un investimento lento: i risultati arrivano in mesi, non in giorni. Ha tre gambe che vanno curate tutte: la parte tecnica, perché una pagina che Google fatica a leggere o che carica piano non si posiziona; i contenuti, gli articoli e le guide che intercettano chi cerca informazioni prima di comprare; e le pagine commerciali, categorie e schede ottimizzate per le ricerche di chi vuole già acquistare. È la base su cui costruire tutto il resto, da iniziare il prima possibile proprio perché ci mette tempo a maturare.

Gli annunci sulla rete di ricerca, Google in testa, comprano la domanda esistente all'istante. Sei in cima ai risultati per le query che contano, paghi per clic, e misuri con precisione cosa rende. Per un ecommerce, accanto agli annunci testuali contano soprattutto quelli con la scheda del prodotto, foto, prezzo e negozio, che nascono dal tuo catalogo e presidiano le ricerche di shopping. È spesso il primo canale a pagamento da accendere, perché intercetta chi è già pronto a comprare e dà un ritorno leggibile fin dai primi giorni.

Gli annunci sui social, Meta in testa ma non solo, comprano attenzione e creano domanda. Qui conta la creatività più della parola chiave: un buon contenuto che ferma lo scorrimento vale più di un targeting sofisticato applicato a un annuncio noioso, tanto più che le piattaforme, con meno dati a disposizione, si affidano sempre di più al proprio algoritmo per trovare il pubblico giusto. È il motore della crescita, il terreno dove un brand si fa conoscere, e quello che chiede il lavoro più continuo sulle creatività, perché si consumano in fretta.

Il retargeting, gli annunci che rincorrono chi ha già visitato il sito o guardato un prodotto, è il canale con il ritorno più alto tra quelli a pagamento, perché parla a persone che ti conoscono già. Va tenuto nella giusta proporzione, perché è un bacino piccolo, e non va confuso con la crescita: recupera domanda che avevi già acceso, non ne crea di nuova. Con meno dati di terze parti disponibili funziona meglio quando si appoggia ai tuoi dati di prima parte, le liste di chi ha già interagito con te.

L'email marketing è il canale con il ritorno più alto in assoluto, perché parla a persone che ti hanno già dato il permesso di scrivergli, e non paghi un intermediario per raggiungerle. Ha due anime. I flussi automatici, i messaggi che partono da soli quando succede qualcosa, il benvenuto a chi si iscrive, il promemoria a chi lascia il carrello, il richiamo a chi non compra da un po', sono i più redditizi perché arrivano nel momento giusto. E c'è la newsletter, l'invio periodico che tiene viva la relazione, racconta, propone, e riporta le persone sul sito senza pagare un clic. Costruire la lista dei contatti, con il consenso, è tra le cose più preziose che un ecommerce possa fare, perché è un pubblico che possiedi.

I social organici e i contenuti sono lenti e non si comprano, ma costruiscono qualcosa che l'advertising non compra: una relazione, una comunità, un motivo per seguirti anche quando non stai vendendo. Sul ruolo dei social nel portare conversioni, e su come usarli senza inseguire la vanità dei numeri, abbiamo un pezzo dedicato a come aumentare le conversioni con i social network.

I motori di risposta AI sono il canale emergente da tenere d'occhio: sempre più persone cercano un prodotto o un consiglio d'acquisto chiedendolo a un assistente conversazionale invece che a un motore tradizionale, e la risposta cita alcune fonti e non altre. Farsi trovare e citare da questi sistemi, quella che si chiama GEO, l'ottimizzazione per i motori generativi, è la naturale estensione della SEO: premia le pagine che spiegano bene, con dati chiari e struttura ordinata, esattamente il tipo di contenuto che costruisci per posizionarti sui motori di ricerca. Non è ancora un canale da budget, ma è già un canale da presidiare.

Da dove iniziare, in pratica? Per la maggior parte dei progetti l'ordine sensato è questo: sistemare sito e tracciamento, avviare la SEO che ci mette tempo, accendere gli annunci sulla ricerca per raccogliere la domanda calda, poi aprire i social a pagamento per crescere, e in parallelo costruire da subito la lista email. Non tutto insieme, non tutto subito: un canale alla volta, misurato, portato a rendere prima di aprire il successivo. Aprire cinque fronti in contemporanea è il modo più sicuro per non capire quale funziona.

L'advertising senza misurazione non è marketing, è beneficenza. Devi sapere quanto ti costa acquisire un cliente, il costo di acquisizione, e quanto quel cliente vale nel tempo, il suo valore complessivo, non solo il primo ordine. Sono i due numeri che decidono tutto: se acquisire un cliente ti costa venti e quel cliente nella sua vita te ne lascia sessanta, puoi spingere; se te ne lascia venticinque, sei su un filo, e ogni inefficienza ti manda sotto.

Due cose aiutano a non ingannarsi. La prima è ragionare sul rapporto tra valore del cliente e costo di acquisizione, non sul costo in assoluto: un cliente caro può essere ottimo se vale molto, uno economico può essere in perdita se non torna mai. La seconda è guardare i conti nel loro insieme, il fatturato reale contro la spesa totale, e non solo il ritorno che ogni piattaforma si attribuisce: sommati, quei ritorni promettono spesso più di quanto sia davvero entrato in cassa, perché ciascuna tende a prendersi il merito della stessa vendita. Il numero onesto è quello che vedi nel conto corrente, non nella dashboard.

Misurare oggi è più difficile di un tempo, e non per un capriccio tecnico. I browser più diffusi come Safari e Firefox bloccano da anni i cookie di terze parti, e anche dove restano attivi le regole sul consenso, vigilate in Italia dal Garante per la protezione dei dati personali, impongono di raccogliere i dati solo con il permesso dell'utente. La direzione è chiara comunque vada: si dipende sempre meno dal tracciamento di terze parti e sempre più dai dati di prima parte, quelli che raccogli tu, direttamente e con il consenso di chi te li dà.

La conseguenza pratica è semplice e strategica: conviene investire in ciò che possiedi davvero, la relazione diretta con i tuoi clienti e la lista dei loro contatti, più che dipendere solo da piattaforme di cui non controlli né i dati né le regole. Il dato di prima parte non è più solo un asset di marketing, è la misura stessa di quanto sei padrone della tua crescita.

Il difetto di metà dei piani di promozione è guardare solo a una metà del problema: portare clienti nuovi. Acquisire è caro e diventa ogni anno più caro, perché il costo degli spazi pubblicitari sale e la concorrenza per l'attenzione pure. Tenersi i clienti che hai già, e farli tornare, costa molto meno, e troppi lo trascurano per inseguire il prossimo clic.

Un cliente che torna è il traffico più economico che esista: non lo paghi due volte. Farlo tornare è lavoro di relazione, non di advertising: email che arrivano al momento giusto, un programma che premia chi acquista di nuovo, un servizio che lascia il ricordo di essere stati trattati bene. È meno visibile di una campagna, non fa numeri da esibire, ma è quello che alza il valore del cliente nel tempo, e quindi quanto puoi permetterti di spendere per acquisirne di nuovi. Retention e acquisizione non sono in competizione: la prima finanzia la seconda.

C'è poi una fascia di vendite già a portata di mano che molti lasciano sul tavolo: chi ha messo qualcosa nel carrello e non ha comprato. Recuperare i carrelli abbandonati è tra le attività con il ritorno più immediato che esistano, perché parla a persone che erano già a un passo dall'acquisto, spesso frenate da un dettaglio. Le strategie per farlo le abbiamo raccolte nel pezzo su come recuperare il carrello abbandonato.

Promuovere un ecommerce, in fondo, non è solo riempire l'imbuto in cima. È curarlo per intero: portare le persone giuste, convertirle, e poi trasformarle in clienti che tornano. Chi guarda solo all'acquisizione paga sempre il prezzo pieno; chi cura anche retention e recupero spende meglio ogni euro, e costruisce qualcosa che dura.

Quasi tutti gli sprechi che vediamo nascono da poche abitudini ricorrenti. Riconoscerle in anticipo vale più di qualsiasi tattica.

  • Spendere prima del tempo: accendere le campagne prima di aver sistemato sito e tracciamento amplifica un problema invece di risolverlo.
  • Giudicare troppo presto: molte piattaforme hanno bisogno di settimane e di un minimo di dati prima di rendere; spegnere al terzo giorno butta via l'apprendimento.
  • Fidarsi delle dashboard: il ritorno che ogni piattaforma si attribuisce, sommato, promette più di quanto entri davvero in cassa.
  • Aprire tutto insieme: senza isolare le variabili non capisci quale canale funziona, e paghi per non impararlo.
  • Dimenticare chi ha già comprato: puntare solo sui clienti nuovi è la via più cara che ci sia per crescere.

Da dove conviene iniziare a pubblicizzare un ecommerce?

Prima dal sito e dal tracciamento, poi dai canali nell'ordine giusto: SEO subito perché è lenta, annunci sulla ricerca per la domanda calda, social a pagamento per crescere, email costruita da subito. Un canale alla volta, misurato, prima di aprire il successivo.

Quanto budget serve per la pubblicità di un ecommerce?

Non esiste una cifra valida per tutti: dipende dai margini, dal prezzo medio e dal valore di un cliente nel tempo. La domanda giusta non è quanto spendere, è quanto puoi spendere per acquisire un cliente restando in utile. Da lì si dimensiona il resto.

Meglio Google o i social per promuovere un ecommerce?

Non è un aut aut. Google intercetta chi ti sta già cercando, i social creano domanda in chi non ti conosce. Servono entrambi, con pesi diversi a seconda di cosa vendi. Affidarsi a un canale solo è il modo più rapido per ingessare la crescita.

Quanto tempo ci vuole per vedere i primi risultati?

Dipende dal canale. Gli annunci a pagamento possono portare vendite già dai primi giorni, ma servono alcune settimane perché le piattaforme ottimizzino e i numeri si stabilizzino. La SEO lavora su un altro orizzonte, mesi e non giorni, ed è proprio per questo che va avviata subito. Chi si aspetta tutto e in fretta di solito spegne le cose giuste troppo presto.

Meglio gestire la pubblicità in casa o affidarsi a un partner?

Non c'è una risposta unica: dipende dalle competenze interne e dal tempo che puoi dedicarci con continuità, perché la pubblicità di un ecommerce non è un progetto a scadenza, è una gestione da seguire e ottimizzare di continuo. In casa hai velocità e conoscenza del prodotto; con un partner porti esperienza e metodo su ciò che si rompe o non rende. Spesso la formula migliore è mista, con qualcuno che tiene la barra del metodo.

Pubblicizzare un ecommerce non è accendere campagne, è costruire un sistema: fondamenta solide, due motori di traffico che lavorano insieme, una misurazione onesta e una cura del cliente che non finisce con il primo acquisto. È meno glamour della caccia all'ultimo trucco, ma è quello che funziona, e continua a funzionare quando la moda del momento è già passata.

Da dove iniziare, allora? Dal mettere ordine, prima di mettere budget. Una promozione costruita su un sito che converte e su dati che dicono la verità rende per anni; una costruita sull'urgenza e sull'improvvisazione brucia soldi e basta. È il tipo di sistema che, sui progetti che seguiamo, costruiamo con metodo, un pezzo alla volta.

Post correlati