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Redazione·

Ecommerce sostenibile: come ridurre l'impatto ambientale del tuo negozio online

10 min di lettura

Ecommerce sostenibile: packaging, spedizioni, resi e recommerce, la nuova legge sui green claims e gli strumenti di Shopify per farlo davvero, senza greenwashing.

Ecommerce sostenibileImmagine generata con intelligenza artificiale

Per anni la sostenibilità, nel commercio online, è stata trattata come un tema di immagine: un bollino verde in fondo alla scheda prodotto, una frase gentile sul packaging, una promessa vaga di attenzione all'ambiente. Serviva a piacere di più, non a fare davvero la differenza. Quella stagione è finita.

Oggi la sostenibilità di un ecommerce è tre cose insieme: un'aspettativa concreta dei clienti, che scelgono e pagano di più i marchi credibili; un vantaggio operativo, perché ridurre sprechi, resi e imballaggi significa anche ridurre costi; e, da poco, un obbligo di legge, con regole precise su cosa si può dichiarare e sanzioni salate per chi bara. Non è più il futuro dei negozi online, è il loro presente, e va affrontato con la serietà di qualsiasi altra scelta industriale.

Vediamo allora cosa significa davvero rendere sostenibile un ecommerce, dove si annidano gli impatti che non si vedono, cosa dice la nuova normativa europea e come una piattaforma come Shopify aiuta a mettere a terra tutto questo senza cadere nel greenwashing.

Un ecommerce sostenibile è un negozio online che riduce in modo misurabile il proprio impatto ambientale lungo l'intero ciclo di vita di ciò che vende, dalla scelta del prodotto fino a cosa succede quando quel prodotto arriva a fine corsa. La parola chiave è ciclo di vita: non basta un gesto isolato, conta la catena intera.

Quella catena ha maglie ben precise: il prodotto e i suoi materiali, l'imballaggio, il trasporto fino a casa del cliente, la gestione dei resi, e infine la fine vita, cioè cosa accade quando l'oggetto non serve più. Ogni maglia ha un peso ambientale, e ogni maglia offre una leva su cui agire. La sostenibilità vera sta nel presidiarle tutte con onestà, non nello scegliere quella più facile da raccontare e ignorare le altre.

La percezione comune è che comprare online sia di per sé più ecologico che andare in negozio: un solo furgone che consegna a molti invece di tante auto che vanno e tornano. In parte è vero, ma è una semplificazione pericolosa, perché l'ecommerce nasconde impatti che il negozio fisico non ha.

Il primo è l'ultimo miglio, cioè il tratto finale della consegna fino alla porta di casa: è la fase più inquinante e inefficiente della logistica, fatta di percorsi frammentati, consegne mancate e ritentativi. Il secondo è la corsa alla consegna sempre più rapida, che riduce la possibilità di consolidare i carichi e moltiplica i viaggi. Il terzo, il più sottovalutato, sono i resi: la facilità con cui si ordina online porta a comprare per provare, con la ferma intenzione di restituire, e ogni reso è un secondo viaggio, un reimballaggio, a volte la distruzione della merce. Il quarto è il packaging, spesso sovradimensionato rispetto a ciò che contiene. Su ognuno di questi fronti si può lavorare, e conviene farlo, perché quasi sempre ciò che è più sostenibile è anche meno costoso.

L'imballaggio è la parte più visibile e più giudicata di un acquisto online: è la prima cosa che il cliente tocca, ed è anche la prima che finisce nella spazzatura. Lavorarci bene significa agire su tre fronti. Il materiale, scegliendo carta e cartone certificati, monomateriali facili da riciclare, riempitivi di carta al posto della plastica. La dimensione, adottando il cosiddetto right sizing, cioè scatole tagliate sulla misura reale del prodotto per non spedire aria e per non usare metri di plastica a bolle. E il fine vita, progettando confezioni davvero riciclabili o riutilizzabili, magari pensate per il viaggio di ritorno di un eventuale reso.

Qui la normativa ha appena alzato l'asticella. Il Regolamento UE 2025/40 sugli imballaggi, noto come PPWR, sostituisce la vecchia direttiva e introduce obblighi concreti: quote minime di materiale riciclato negli imballaggi in plastica, requisiti di riciclabilità e, dal mese di agosto 2026, il divieto di usare i PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, negli imballaggi a contatto con gli alimenti. Non sono più buone intenzioni, sono requisiti di prodotto. Sul dove sta andando l'imballaggio abbiamo scritto un pezzo dedicato al packaging del futuro, personalizzato e sostenibile.

Sul trasporto le leve sono meno immediate ma pesano molto. Consolidare gli ordini, offrire opzioni di consegna più lente ma più efficienti, appoggiarsi a punti di ritiro e a locker che raggruppano molte consegne in un solo punto invece di bussare a decine di porte: sono scelte che riducono i chilometri per pacco. Anche dare al cliente la possibilità di scegliere una spedizione più lenta, invece di imporre sempre la più rapida, aiuta a riempire meglio i mezzi.

C'è poi il capitolo della compensazione delle emissioni di spedizione, su cui bisogna intendersi bene, perché è terreno delicato dopo le nuove regole sui green claims. Compensare è legittimo e utile, ma va comunicato con precisione: dire genericamente che un prodotto è a impatto zero perché si acquistano crediti di carbonio non è più consentito, come vedremo. Meglio parlare in modo puntuale, per esempio di emissioni di trasporto compensate tramite rimozione permanente di CO2, e mostrare i dati. La logistica, dai magazzini all'ultimo miglio, è il cuore operativo della sostenibilità di un negozio: ne abbiamo parlato negli step per migliorare spedizioni e resi.

Se c'è una voce che un ecommerce dovrebbe guardare con occhi nuovi, è quella dei resi. Un tasso di reso alto non è solo un problema di margine, è un problema ambientale: ogni restituzione è un secondo trasporto, un controllo qualità, un reimballaggio, e in una quota tutt'altro che trascurabile di casi la merce resa non torna nemmeno a scaffale, perché ricondizionarla costa più di quanto valga.

La sostenibilità, qui, coincide con la buona gestione. Ridurre i resi evitabili con schede prodotto oneste, taglie chiare, foto fedeli e recensioni vere è il modo migliore per tagliare insieme i costi e le emissioni. Su come si abbassa il tasso di reso senza penalizzare l'esperienza del cliente abbiamo raccolto alcune strategie per gestire i resi, e su come si governano concretamente dentro Shopify, senza app aggiuntive, abbiamo scritto la guida ai resi con le funzioni native.

La forma più radicale di sostenibilità è non produrre nulla di nuovo, ma far vivere più a lungo ciò che esiste già. Da qui la crescita del recommerce, cioè la vendita dell'usato, del ricondizionato e del reso rimesso a nuovo, che allunga il ciclo di vita degli oggetti e apre un mercato aggiuntivo. Non è più una nicchia da mercatino: marchi affermati aprono le proprie sezioni di seconda mano per intercettare clienti attenti e per non lasciare quel valore ai marketplace di terzi. Abbiamo raccontato come si costruisce un progetto di vendita dell'usato online, e perché per molti brand è una mossa strategica oltre che ambientale.

Ed eccoci al punto che cambia le regole del gioco. Per anni le aziende hanno potuto riempire etichette e siti di parole ambientali vaghe, spesso senza alcun riscontro. Il greenwashing, cioè vantare virtù ecologiche che non si hanno o che non si sanno dimostrare, è stato a lungo un rischio solo reputazionale. Oggi è un rischio legale, concreto e sanzionabile.

La svolta è la Direttiva UE 2024/825, nota come Empowering Consumers, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 30 del 2026. Le nuove regole modificano il Codice del Consumo e diventano pienamente sanzionabili dal 27 settembre 2026. In sostanza vietano tre cose. Primo, le asserzioni ambientali generiche: termini come ecologico, green, sostenibile, amico della natura, biodegradabile non si possono più usare se non si è in grado di dimostrare, dati alla mano, un'eccellenza ambientale riconosciuta. Secondo, i claim di neutralità climatica basati solo sulla compensazione: non si può più chiamare a impatto zero o carbon neutral un prodotto se il risultato viene solo dall'acquisto di crediti di carbonio. Terzo, i marchi di sostenibilità auto attribuiti, cioè i bollini inventati in casa senza una certificazione indipendente.

Le sanzioni non sono simboliche: possono arrivare a cinque milioni di euro, e fino al 4% del fatturato annuo per le violazioni transfrontaliere, con l'AGCM nel ruolo di controllore. E la giurisprudenza si è già mossa prima ancora del decreto: nel luglio 2025 il Tribunale di Milano ha inibito a un'azienda l'uso di affermazioni come impatto zero e i più alti standard di sostenibilità, ritenute proposizioni non dimostrate e quindi ingannevoli.

Il messaggio per chi vende online è netto, e paradossalmente è una buona notizia per chi lavora seriamente. La sostenibilità smette di essere una gara di aggettivi e diventa una questione di prove: chi misura davvero il proprio impatto e lo comunica con precisione guadagna un vantaggio competitivo, perché viene protetto dalla concorrenza sleale di chi si limitava a dichiararsi verde. La regola pratica è semplice: ogni affermazione ambientale deve essere specifica, verificabile e riferita a ciò che riguarda davvero. Se il riciclato è solo nell'imballaggio, non si dice che il prodotto è riciclato; se si compensa la spedizione, non si dice che il prodotto è a impatto zero.

Su una piattaforma come Shopify molte di queste leve diventano operative senza dover reinventare l'infrastruttura. Lo strumento più noto è Shopify Planet, l'app che permette di offrire la spedizione a impatto compensato, al checkout o su tutti gli ordini, con un costo per ordine di pochi centesimi. Un dettaglio che conta, alla luce delle nuove regole: Planet non finanzia i classici crediti di compensazione a basso costo, ma la rimozione permanente di CO2 tramite tecnologie vagliate da Shopify, e il 100% di quanto raccolto va a quei progetti. Resta comunque una funzione che riguarda le emissioni di spedizione, quindi va comunicata come tale, con onestà, senza estenderla indebitamente all'intero prodotto.

Attorno a Planet, l'ecosistema di app di Shopify offre soluzioni per stimare l'impronta di carbonio degli ordini, per adottare packaging plastic free e per gestire programmi di ritiro e riuso. Ma la sostenibilità più profonda, su Shopify, passa da scelte di progetto: schede prodotto ricche e oneste che riducono i resi, una gestione dell'inventario che evita sovrapproduzione e sprechi, la possibilità di aprire in modo nativo una sezione di usato o ricondizionato. Sono le stesse funzioni che rendono un negozio efficiente a renderlo anche più sostenibile, ed è per questo che la sostenibilità non andrebbe trattata come un modulo a parte, ma come un criterio che attraversa tutto il progetto.

Vale anche la nota di realismo: nessuna piattaforma rende un business sostenibile da sola. Gli strumenti abilitano, le scelte le fa il merchant. Ma avere una base tecnologica che integra logistica, catalogo, resi e comunicazione in un unico luogo rende molto più semplice misurare, migliorare e, soprattutto, dimostrare ciò che si dichiara. Che è esattamente ciò che la nuova normativa richiede.

Comprare online inquina più o meno che comprare in negozio?

Dipende. In media una consegna consolidata pesa meno di tanti spostamenti individuali in auto, ma l'ecommerce aggiunge impatti propri: l'ultimo miglio, i resi, gli imballaggi, le consegne espresse. Il vantaggio ambientale non è automatico, si costruisce con scelte precise su logistica, packaging e gestione dei resi.

Posso ancora scrivere che i miei prodotti sono ecologici o sostenibili?

Solo se puoi dimostrarlo. Dal 27 settembre 2026, con il recepimento della Direttiva UE 2024/825, le asserzioni ambientali generiche senza prove diventano pratiche commerciali sleali sanzionabili. Meglio usare affermazioni specifiche e verificabili, riferite all'aspetto reale del prodotto, e appoggiarsi a certificazioni indipendenti invece che a bollini creati in casa.

La spedizione carbon neutral con Shopify Planet è greenwashing?

No, se comunicata correttamente. Planet finanzia la rimozione permanente di CO2 e riguarda le emissioni della spedizione. Il rischio nasce quando si estende quel messaggio all'intero prodotto, dichiarandolo a impatto zero: quello, con le nuove regole, non è più consentito. La compensazione va raccontata per ciò che è, con i dati a supporto.

La sostenibilità conviene anche dal punto di vista economico?

Spesso sì. Ridurre i resi, dimensionare bene gli imballaggi, consolidare le spedizioni e limitare gli sprechi di magazzino taglia costi reali. La sostenibilità ben fatta non è un centro di costo separato, è quasi sempre il risultato di un'operatività più efficiente.

L'ecommerce sostenibile non è un'etichetta da appiccicare a fine progetto, è un modo di costruire il negozio: presidiando ogni maglia della catena, dal materiale del prodotto al suo fine vita, con scelte misurabili su packaging, spedizioni e resi. È diventato al tempo stesso un'aspettativa dei clienti, una leva di efficienza e un obbligo di legge, con regole che premiano chi misura e sanzionano chi si limita a dichiarare.

La direzione è chiara: meno aggettivi, più prove. Chi tratta la sostenibilità come una scelta industriale, e non come uno slogan, si ritrova con un negozio più efficiente, più credibile e più solido di fronte alla nuova normativa. È il tipo di progetto che vale la pena impostare bene fin dall'inizio, perché rifarlo dopo costa sempre di più.

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