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Giovanni Fracasso·

Il futuro di Magento e l'alternativa già pronta (nel 2026)

18 min di lettura
Il futuro di Magento e l'alternativa già pronta

Per chi gestisce un ecommerce su Magento, o sta valutando su quale piattaforma costruirlo, la domanda che conta oggi è una sola: dove sta andando questa piattaforma, e ha ancora senso puntarci per i prossimi cinque anni? Nel 2026 la risposta è più articolata di un sì o di un no, e merita di essere guardata in faccia con i fatti alla mano, perché tocca decisioni di investimento che pesano a lungo.

Perché Magento non è più una cosa sola. Dopo l'acquisizione da parte di Adobe è diventato Adobe Commerce, la sua traiettoria si è spostata verso l'alto e verso il cloud, e la versione gratuita è rimasta in una zona grigia. Soprattutto, Adobe ha dichiarato qual è il futuro del suo commercio, un modello interamente SaaS, che però chiede ai suoi stessi clienti un cambiamento sostanziale per essere raggiunto.

Questo articolo guarda al futuro di Magento con onestà e dati alla mano: dove sta andando davvero la piattaforma, cosa significa per chi ci lavora oggi, e perché, paradossalmente, il futuro che Adobe promette assomiglia molto a quello che un'altra piattaforma offre già da anni, collaudato e pronto all'uso. Da qui il senso del titolo, e una domanda che a fine lettura sarà difficile evitare: per un'azienda middle market o enterprise, ha ancora senso restare?

Una precisazione, prima di entrare nel merito. Non è un articolo contro Magento: è un'analisi della sua traiettoria. Magento ha scritto pagine importanti della storia dell'ecommerce e per certi profili resta una scelta valida. Ma le piattaforme, come le aziende, hanno una direzione, e capire dove sta andando quella su cui poggia il proprio business è una delle responsabilità di chi quel business lo guida. Ignorare la traiettoria di una tecnologia critica è uno dei modi più silenziosi per ritrovarsi, tra qualche anno, su un binario morto.

Il punto di partenza è semplice. Adobe non ha una strategia per vendere soluzioni enterprise distribuite come open source: ha una strategia per vendere piattaforme enterprise importanti, integrate nel suo ecosistema. Magento è stato acquisito per affiancarsi all'offerta di esperienza digitale di Adobe, e questo orienta tutte le scelte di prodotto che ne sono seguite. Se vuoi il quadro completo di cos'è oggi la piattaforma, lo trovi nell'articolo su cos'è Magento, vantaggi e svantaggi.

Nei fatti la rotta è leggibile. Il nome commerciale è Adobe Commerce, l'investimento si concentra sul segmento alto e sull'integrazione con l'ecosistema Adobe, e il frontend storico, la cosiddetta interfaccia Luma, ha ricevuto pochissime attenzioni: i tentativi di rinnovare la parte di presentazione, come lo strumento di sviluppo per le interfacce progressive, si sono progressivamente spenti, lasciando spazio a soluzioni nate dalla community per colmare il vuoto. Il messaggio implicito è chiaro: il cuore dell'innovazione si è spostato altrove.

Resta da capire in quale forma Adobe porta Magento nel suo futuro cloud. È qui che il quadro diventa davvero interessante, perché su questo Adobe si è esposta con una direzione precisa, che vale la pena leggere con attenzione.

Un dato aiuta a mettere a fuoco il presente: Magento Open Source e Adobe Commerce condividono ancora lo stesso codice, la stessa base tecnica, ma non lo stesso destino. Sulla versione commerciale Adobe concentra supporto, sviluppo e la rotta verso il futuro; la versione gratuita la lascia alla community. È una divaricazione che conta, perché stabilisce chi verrà accompagnato nel prossimo capitolo della piattaforma e chi resterà a guardare. E capire da che parte di questa linea si trova il proprio store è il primo passo per decidere con cognizione, perché la stessa parola, Magento, indica oggi due situazioni molto diverse per rischio, costi e prospettive: chi paga una licenza e ha un fornitore alle spalle, e chi non paga nulla ma resta solo a difendere il proprio negozio.

Al suo evento annuale del 2025, Adobe ha annunciato la direzione definitiva: Adobe Commerce as a Cloud Service, una piattaforma SaaS cloud-native in cui è Adobe a gestire interamente infrastruttura, aggiornamenti e sicurezza. È, a tutti gli effetti, la versione SaaS di Magento, e segna la fine dell'idea di Magento come software che l'azienda scarica, ospita e mantiene per conto proprio. Lo si legge nella stessa documentazione ufficiale di Adobe.

Adobe Commerce as a Cloud Service e Adobe Commerce Optimizer

Il disegno è articolato su due livelli. Da un lato la piattaforma SaaS completa, che promette scalabilità automatica, zero gestione dei server e aggiornamenti a carico di Adobe. Dall'altro un gradino intermedio, pensato per chi non se la sente di affrontare subito la migrazione completa dal vecchio modello: un insieme di servizi SaaS-like, dallo storefront veloce alla gestione dei contenuti, da affiancare al backend esistente come ponte verso il futuro. È un'ammissione implicita ma significativa: il passaggio al nuovo modello è un percorso, non un interruttore, e va accompagnato.

C'è un dettaglio che conta, in questo nuovo assetto. Nel modello SaaS Adobe gestisce il codice sorgente in modo chiuso, e questo migliora stabilità e sicurezza ma riduce drasticamente la libertà di mettere mano in profondità che era il tratto distintivo storico di Magento. La piattaforma che molti avevano scelto proprio perché si poteva personalizzare all'osso diventa, nel suo futuro, una piattaforma molto più controllata. E il costo non sparisce: la licenza del modello gestito parte da decine di migliaia di euro l'anno e cresce con il fatturato, a cui si somma il lavoro di transizione. Il SaaS toglie la gestione dell'infrastruttura, ma non rende la piattaforma economica.

Headless per forza: Edge Delivery e l'addio a Luma

Il nuovo storefront SaaS di Adobe si appoggia a Edge Delivery Services, un'architettura composable e headless orientata alla velocità. La conseguenza pratica è netta: la nuova piattaforma non supporta il frontend Luma, quindi chi ha uno store costruito su Luma deve ricostruire da capo lo strato di presentazione. Per la maggior parte dei merchant è la voce di costo più pesante dell'intera transizione, e non è un dettaglio tecnico: è un nuovo progetto di frontend a tutti gli effetti.

Estensioni da riscrivere: App Builder e API Mesh

Cambia anche il modo di estendere la piattaforma. Nel modello SaaS non è più possibile mettere mano in profondità al codice del core: le personalizzazioni e le integrazioni passano da strumenti come App Builder e API Mesh, e le estensioni che modificavano il cuore di Magento non funzionano e vanno ripensate. Anche il marketplace storico delle estensioni lascia il posto a un nuovo canale. In altre parole, una buona parte del lavoro fatto negli anni per personalizzare lo store va riprogettata secondo logiche nuove.

Vale la pena chiedersi il perché di questa svolta, perché spiega molto del futuro che attende chi resta. Il mercato dell'ecommerce si è spostato. Nell'ultimo decennio le aziende hanno smesso di voler gestire l'infrastruttura e hanno premiato chi toglieva loro quel peso: piattaforme SaaS che funzionano subito, scalano da sole e aggiornano in automatico. È il modello che ha fatto crescere a dismisura gli operatori cloud-native, ed è la pressione competitiva a cui anche Adobe ha dovuto rispondere.

La mossa verso il SaaS, quindi, non è un capriccio: è il riconoscimento che il modello self hosted, per quanto potente, non è più dove va il mercato. Adobe sta cercando di portare Magento dove sono già altri, e nel farlo conferma una tesi ormai netta: il futuro dell'ecommerce è gestito, non self hosted. Il punto, per un'azienda, è che assistere a questa transizione dall'interno, pagandone il prezzo, è diverso dal partire da una piattaforma che quel futuro lo incarna già.

E la versione gratuita? Resta fuori da questo futuro. Magento Open Source condivide ancora lo stesso codice di Adobe Commerce, ma non ha accesso al modello SaaS, non gode del supporto esteso riservato ai clienti commerciali e si appoggia sempre più alla sola community. Esistono iniziative pensate per garantirgli un futuro indipendente dalla strategia di Adobe, come il fork Mage-OS, e il frontend Hyvä, diventato open source, ha dato una spinta importante alle performance. Ma sono stampelle della community, non una rotta di prodotto.

Per un'azienda significa una scelta scomoda: restare su Open Source vuol dire accettare di gestire da sola sicurezza, aggiornamenti e infrastruttura, su una versione che il proprietario della piattaforma non sta accompagnando verso il proprio futuro. È la posizione più esposta di tutte, quella di chi usa un prodotto il cui sviluppatore guarda ormai da un'altra parte.

Il lavoro della community è prezioso e va riconosciuto: senza Hyvä e senza iniziative come Mage-OS, Magento Open Source sarebbe in condizioni ben peggiori. Ma c'è una differenza sostanziale tra una piattaforma sostenuta da una rotta di prodotto, con investimenti, supporto e responsabilità chiare, e una tenuta in vita dalla buona volontà di chi la usa. La prima è un'infrastruttura su cui pianificare cinque anni di business; la seconda richiede di scommettere che la community continui a colmare i vuoti che il proprietario ha lasciato. Per un'azienda che mette in gioco il proprio canale di vendita principale, è una scommessa che vale la pena evitare.

Mettiamo in fila i fatti. Il futuro che Adobe propone è un SaaS gestito, headless, con frontend da ricostruire, estensioni da riscrivere e un nuovo modello di personalizzazione. Per arrivarci, un'azienda che oggi è su Magento deve affrontare un progetto importante: nuovo storefront, riscrittura delle integrazioni, adozione di un modello di sviluppo diverso. Non è un aggiornamento, è una trasformazione.

Qui sta il paradosso. Se per seguire il futuro di Adobe bisogna comunque affrontare un cambiamento di questa portata, allora la vera domanda non è più come resto nell'orbita Magento ma dato che devo cambiare, qual è la destinazione migliore. E quando la domanda è posta così, il confronto si apre, perché lo sforzo di transizione è paragonabile, ma le destinazioni no.

Conviene essere precisi su cosa comporta lo sforzo, perché è qui che molti si fanno sorprendere. Ricostruire un frontend non è una rifinitura estetica: è riprogettare l'intera esperienza di acquisto, con tempi e costi da progetto vero. Riscrivere le integrazioni su un nuovo modello di estensibilità significa rimettere mano a tutto ciò che collega l'ecommerce al gestionale, alla logistica, ai sistemi aziendali. Adottare un modello di sviluppo diverso richiede formazione e nuove competenze. Sommate queste voci e avrete il profilo di un progetto che, per impegno, somiglia molto a un replatforming completo. La differenza è che alla fine di quel percorso ci si ritrova su una piattaforma ancora giovane nel suo modello SaaS, anziché su una collaudata da anni.

Vale la pena leggere con attenzione cosa Adobe promette con il suo futuro SaaS: infrastruttura gestita, aggiornamenti automatici, sicurezza inclusa, scalabilità senza pensieri, uno storefront veloce e headless, strumenti di AI per il commercio, estensibilità tramite API. È una lista eccellente. Il punto è che descrive, quasi parola per parola, ciò che Shopify offre già oggi, in modo maturo e collaudato, e da anni.

Su Shopify e Shopify Plus l'infrastruttura è gestita per definizione, gli aggiornamenti e le patch di sicurezza arrivano automaticamente senza fermare il negozio, la conformità è inclusa, i picchi di traffico li assorbe la piattaforma. Il checkout è già tra i più ottimizzati del mercato sulla conversione, l'internazionalizzazione è nativa, e l'innovazione, oggi soprattutto sul fronte dell'AI applicata al commercio, arriva a tutti i merchant senza che debbano costruirsela. Chi vuole un frontend disaccoppiato lo può fare con un approccio headless ormai consolidato.

Si prenda un punto qualsiasi della promessa SaaS di Adobe e lo si confronti. Storefront veloce e headless: su Shopify è disponibile e maturo, con un ecosistema di strumenti collaudati. Estensibilità via API senza toccare il core: è esattamente il modello con cui si lavora su Shopify da anni, tra app pubbliche, app private e funzioni che intervengono in modo chirurgico sul checkout. Aggiornamenti gestiti e zero manutenzione dell'infrastruttura: è la normalità su una piattaforma SaaS rodata, non un traguardo da raggiungere. La sensazione, leggendo le promesse del futuro di Adobe, è quella di vedere descritto il presente di un'altra piattaforma.

La differenza è il tempo e la maturità. Il modello SaaS di Adobe è il punto d'arrivo di una transizione appena iniziata; quello di Shopify è una realtà rodata su centinaia di migliaia di negozi. Detto altrimenti: Adobe sta chiedendo ai suoi clienti di affrontare un grande cambiamento per raggiungere, domani, un modello che un'altra piattaforma ha già reso solido oggi. Se vuoi capire come funziona quel modello dal punto di vista architetturale, abbiamo approfondito il tema nell'articolo su perché scegliere un ecommerce headless.

E non è teoria. Diversi brand che arrivavano proprio da Magento hanno già compiuto questo passaggio e oggi lavorano sul futuro invece di rincorrerlo. Il Bisonte, marchio di pelletteria di lusso, è passato da Magento a Shopify Plus con un tema su misura e una integrazione dati completa. Ballerette ha lasciato Magento cercando una tecnologia stabile e senza limiti di scalabilità. Quellogiusto, nel retail di calzature e accessori, ha migrato da Magento per crescere in ottica omnichannel. Non hanno aspettato che il futuro arrivasse: si sono spostati dove era già disponibile.

Replatforming

La risposta onesta è: dipende da chi sei. Per una grande azienda profondamente integrata nell'ecosistema Adobe, con un team tecnico robusto e un budget importante, Adobe Commerce resta una piattaforma potente e una scelta legittima. Non è un prodotto morto, ed è giusto dirlo.

Il rischio, però, è scambiare l'inerzia per strategia. Restare perché cambiare costa fatica è comprensibile, ma non è una decisione: è un rinvio. E il rinvio ha un prezzo che cresce nel tempo, perché ogni mese in più su una piattaforma in transizione è un mese in cui si paga la complessità senza raccogliere i benefici del modello nuovo. La scelta consapevole, al contrario, parte da una domanda diversa: dove voglio che sia il mio ecommerce tra cinque anni, e qual è il percorso più breve e più solido per arrivarci? Posta così, l'inerzia smette di sembrare la via comoda e si rivela per quello che è, la più costosa.

Ma per la maggior parte delle aziende middle market ed enterprise che vogliono concentrare le risorse sul business e non sull'infrastruttura, il calcolo cambia. Restare significa affrontare comunque, prima o poi, una transizione costosa per seguire il futuro SaaS di Adobe, oppure rimanere su una versione che il proprietario non sta accompagnando. In entrambi i casi si paga un cambiamento. La domanda, allora, è diretta: perché affrontare quel cambiamento per restare nell'orbita di una piattaforma in trasformazione, quando esiste un'alternativa già pronta? Le ragioni per migrare da Magento a Shopify sono molte e concrete.

Le situazioni non sono tutte uguali, e la decisione giusta dipende dal punto di partenza. Vale la pena distinguere tre profili, perché a ciascuno corrisponde una risposta diversa.

Sei una grande azienda enterprise già dentro l'ecosistema Adobe, con un team tecnico solido e l'esigenza di personalizzazioni profonde integrate con gli altri strumenti Adobe. In questo caso il percorso verso il modello SaaS di Adobe può avere senso, ed è una scelta legittima: la transizione va però pianificata con realismo, perché frontend ed estensioni vanno ripensati.

Sei un'azienda middle market o un brand in crescita su Adobe Commerce o Magento Open Source, che vuole concentrare le risorse sul business e non sull'infrastruttura. Qui il calcolo pende verso una piattaforma SaaS già matura: visto che un cambiamento è comunque all'orizzonte, conviene valutare seriamente una destinazione che offra oggi ciò che Adobe promette per domani.

Sei su Magento Open Source con un budget contenuto, attratto dalla licenza gratuita. È la posizione più esposta: fuori dal futuro SaaS di Adobe, senza supporto esteso, con sicurezza e aggiornamenti tutti sulle tue spalle. Il costo totale di possesso, qui, lavora silenziosamente contro di te, ed è proprio il profilo per cui il passaggio a una piattaforma gestita libera più valore.

Decidere è una cosa, eseguire un'altra. Una migrazione ben fatta parte dalla strategia e non dal database: si mettono a fuoco i requisiti reali, si mappano dati e posizionamento prima di toccarli, si progettano le integrazioni con gestionale e sistemi aziendali, e si usa l'occasione per semplificare invece di replicare la complessità accumulata. Il percorso completo, sfide comprese, lo abbiamo raccontato nella guida su come funziona il replatforming e la migrazione da Magento a Shopify Plus.

In ICT Sviluppo la maggior parte dei progetti che affrontiamo sono proprio replatforming da Magento e Adobe Commerce, e il principio guida è uno: semplificare dove è possibile, complicare solo dove serve davvero. Per ogni funzione si parte dal gradino più basso, la funzione nativa di Shopify, e si sale di complessità solo quando il valore lo giustifica. È l'opposto della stratificazione che ha appesantito tanti store Magento, ed è ciò che trasforma una migrazione da trauma in alleggerimento.

In concreto il percorso si articola in fasi ordinate: una discovery che mette a fuoco i requisiti reali e separa ciò che serve da ciò che era solo zavorra ereditata; una fase di design con prototipi e analisi funzionale; la costruzione del tema e della configurazione; lo sviluppo delle integrazioni e delle eventuali app su misura, con la data integration a fare da spina dorsale per far dialogare l'ecommerce con il gestionale e gli altri sistemi. È un metodo, non un'improvvisazione, ed è ciò che permette di affrontare anche i casi limite, gli stati d'ordine particolari, le anagrafiche stratificate, senza che diventino sorprese il giorno del lancio. La differenza tra una migrazione che spaventa e una che funziona è quasi sempre qui, nella qualità del metodo e nell'esperienza di chi lo applica.

Magento sta per chiudere?

No. Magento non chiude: continua come Adobe Commerce, la versione commerciale di Adobe, e prosegue come Magento Open Source grazie alla community. Quello che cambia è la direzione: Adobe sta spostando il prodotto verso un modello SaaS gestito, e la versione gratuita resta in una posizione più marginale, senza supporto esteso.

Cos'è Adobe Commerce as a Cloud Service?

È la piattaforma SaaS cloud-native annunciata da Adobe nel 2025, in cui è Adobe a gestire infrastruttura, aggiornamenti e sicurezza. Usa un'architettura headless con storefront su Edge Delivery e un nuovo modello di estensibilità basato su App Builder. Rappresenta il futuro dichiarato del commercio secondo Adobe, ma raggiungerlo da un Magento esistente richiede un progetto di transizione importante.

Conviene aspettare il futuro SaaS di Adobe o migrare ora a Shopify?

Dipende dal proprio ecosistema, ma per molte aziende la riflessione è che il modello SaaS di Adobe è ancora in fase di adozione, mentre la stessa esperienza, infrastruttura gestita, aggiornamenti automatici, scalabilità, è già disponibile e collaudata su Shopify. Visto che in entrambi i casi serve affrontare un cambiamento, vale la pena confrontare le due destinazioni con un dimensionamento serio.

Cosa succede a chi resta su Magento Open Source?

Resta su una piattaforma viva grazie alla community ma fuori dal futuro SaaS di Adobe e priva di supporto esteso. Significa gestire da soli sicurezza, aggiornamenti e infrastruttura, con il rischio crescente di lavorare su un sistema che il proprietario non sta più accompagnando. Iniziative come Mage-OS e Hyvä aiutano, ma non sostituiscono una rotta di prodotto.

Il futuro SaaS di Adobe è più economico del vecchio Magento?

Toglie all'azienda la gestione dei server e degli aggiornamenti, e questo riduce una parte dei costi operativi. Ma la licenza del modello gestito parte da decine di migliaia di euro l'anno e cresce con il fatturato, a cui si somma il lavoro di transizione, dalla ricostruzione del frontend alla riscrittura delle integrazioni. Il SaaS semplifica la gestione, non rende la piattaforma a buon mercato: il confronto economico va sempre fatto sul costo totale nel tempo, non sulla singola voce.

Il futuro di Magento, oggi, ha un nome e una direzione: un modello SaaS gestito da Adobe, headless, con frontend ed estensioni da ripensare. È un futuro coerente con le promesse del cloud, ma è anche un futuro che chiede ai merchant un cambiamento sostanziale per essere raggiunto. E questo modello, gestito e in SaaS, non è una novità assoluta: è la direzione verso cui il commercio digitale si è mosso da tempo, e che alcune piattaforme hanno già reso matura. Adobe, con questa svolta, conferma qual è il futuro; il fatto che quel futuro sia già disponibile e collaudato altrove è ciò che rende la scelta, per chi decide oggi, meno scontata di quanto sembri.

Per chi sta valutando, la conclusione non è ideologica, è pratica. Se cambiare è inevitabile, tanto vale scegliere la destinazione che offre già oggi, collaudata, ciò che altrove è ancora una promessa. Fatta con metodo, una migrazione non è un salto nel vuoto verso l'incognito: è il modo per portare il proprio ecommerce dove il futuro è già arrivato, e per liberare il tempo e le energie che oggi se ne vanno nel tenere in piedi il passato. Il futuro di Magento, in fondo, è una buona occasione per ripensare il proprio: non una minaccia da subire, ma una domanda da cogliere finché si è ancora in tempo per rispondere con calma.

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