Salta al contenuto principale
Shopify Premier Partner
Redazione·

Retail media: cos'è, come funziona e perché ridisegna l'advertising ecommerce

8 min di lettura

Il retail media è la terza onda della pubblicità digitale dopo search e social. Cos'è, come funziona il modello closed-loop e cosa significa per chi vende online.

Retail media cos'è, come funzionaImmagine generata con intelligenza artificiale

Per anni la pubblicità digitale si è retta su due pilastri: la ricerca, dominata da Google, e i social, presidiati da Meta. Oggi si è affermato un terzo pilastro che cresce più velocemente di entrambi e che parte da un punto di osservazione privilegiato, il momento esatto in cui una persona sta per comprare. È il retail media, ovvero la pubblicità venduta dai retailer all'interno dei propri canali digitali e fisici, alimentata dai dati di acquisto che solo chi vende possiede davvero.

Comprendere il retail media non è più un esercizio per addetti ai lavori del marketing. Per chiunque gestisca un ecommerce significa capire da dove arriverà una quota crescente dei margini, come cambieranno i costi di acquisizione e quali asset di dato diventeranno il vero vantaggio competitivo dei prossimi anni.

Il retail media è l'insieme degli spazi pubblicitari che un retailer mette a disposizione degli inserzionisti sfruttando i propri canali e, soprattutto, i propri dati di prima parte. Quando un marchio paga per comparire in cima ai risultati di ricerca interni di un grande store online, oppure acquista un banner nella pagina di una categoria, sta comprando retail media. Il caso più noto è quello di Amazon, che ha costruito su questo modello una divisione pubblicitaria da decine di miliardi di dollari, ma la stessa logica vale per qualsiasi insegna che possieda traffico qualificato e dati di acquisto.

La differenza rispetto alla pubblicità tradizionale sta nella natura del dato. Un retailer non lavora con stime o proxy comportamentali: sa cosa ha comprato una persona, con quale frequenza, a quale prezzo e in abbinamento a quali altri prodotti. Questo patrimonio informativo, raccolto direttamente nella relazione commerciale, trasforma lo spazio pubblicitario in un'inserzione mirata con una precisione che pochi altri canali possono offrire.

Il meccanismo che rende il retail media così efficace si chiama closed-loop attribution, attribuzione a ciclo chiuso. In un percorso pubblicitario classico l'inserzionista vede l'impression e il clic, ma perde le tracce del consumatore nel passaggio verso l'acquisto, che spesso avviene altrove. Nel retail media il cerchio si chiude: lo stesso ambiente che ospita l'annuncio ospita anche la transazione. Chi acquista lo spazio può quindi collegare direttamente l'esposizione all'annuncio con la vendita effettiva dello stesso prodotto.

Questa misurabilità ha conseguenze concrete sui parametri con cui si valuta una campagna. Il ROAS, il ritorno sulla spesa pubblicitaria, diventa calcolabile sul venduto reale e non su una conversione stimata. Il budget si sposta verso ciò che genera vendite documentate, e l'inserzionista ottiene un livello di accountability che la pubblicità di branding tradizionale raramente garantisce. Resta però il punto di sempre: il retail media compra attenzione, il lavoro di ottimizzazione delle conversioni decide quanta di quell'attenzione diventa ordine.

Vale la pena distinguere il ritorno sulla spesa pubblicitaria dal ritorno sull'investimento complessivo. Sono due indicatori diversi che rispondono a domande diverse, e confonderli porta a decisioni di budget sbagliate: abbiamo approfondito come si calcolano ROAS e ROI in un articolo dedicato.

Le dimensioni del fenomeno aiutano a inquadrarne la rilevanza. Secondo le stime di WARC, la spesa globale in retail media ha raggiunto circa 175 miliardi di dollari nel 2025 ed è attesa intorno ai 197 miliardi nel 2026, una cifra che equivale a circa il sedici per cento di tutta la spesa pubblicitaria mondiale. Nel 2026 il retail media dovrebbe superare, da solo, la somma di televisione lineare e connected TV.

È utile leggere questi numeri con disciplina. La crescita resta sostenuta ma sta entrando in una fase di decelerazione fisiologica: i ritmi a doppia cifra molto elevata dei primi anni stanno lasciando spazio a incrementi più contenuti, segno di un mercato che passa dall'esplosione iniziale alla maturità. Il baricentro resta fortemente concentrato: Amazon da sola vale la quota più rilevante del settore, e insieme a pochi altri grandi operatori assorbe la maggioranza degli investimenti.

In Europa la dinamica è altrettanto marcata. Le analisi di IAB Europe descrivono un canale che cresce a un ritmo circa doppio rispetto al resto della pubblicità digitale, con proiezioni che collocano la spesa europea in retail media oltre i trenta miliardi di euro nei prossimi anni. Il messaggio per chi vende online è chiaro: non si tratta di una moda passeggera, ma di una ricomposizione strutturale di dove finiscono i budget pubblicitari.

La tempistica non è casuale. Per oltre un decennio l'advertising digitale si è retto sui cookie di terza parte, che permettevano di seguire gli utenti da un sito all'altro. La progressiva erosione di quel modello, tra restrizioni dei browser, normative sulla privacy e crescente diffidenza degli utenti, ha lasciato un vuoto. Abbiamo raccontato questa transizione nell'approfondimento sul mondo cookieless e su cosa sono i cookie, ma il punto chiave è uno: i dati di prima parte sono diventati la valuta più preziosa del marketing.

I retailer si trovano esattamente nel punto giusto al momento giusto. Possiedono dati di acquisto raccolti con il consenso, in un contesto in cui l'utente capisce perché sta condividendo le proprie informazioni. Mentre gli altri attori della filiera faticano a ricostruire l'identità dei consumatori, chi vende ha già tutto ciò che serve per offrire targeting e misurazione affidabili. Il retail media è, in larga parte, la risposta strutturale del commercio alla fine del tracciamento facile.

Il retail media non si esaurisce nei banner sul sito. Si articola su tre livelli che insieme compongono l'offerta completa di un'insegna. Il primo è quello on-site, gli spazi pubblicitari interni al canale del retailer: risultati sponsorizzati nel motore di ricerca interno, posizionamenti nelle pagine di categoria, prodotti in evidenza nella homepage. È il cuore del modello, il luogo in cui prossimità all'acquisto e dato di prima parte si combinano nel modo più potente.

Il secondo livello è off-site: il retailer usa i propri dati per attivare campagne su canali esterni, dai social ai siti partner, portando la precisione del proprio segmento di audience al di fuori delle proprie mura. Qui il confine con le logiche di remarketing e retargeting diventa sottile, ma cambia la fonte del dato, che resta saldamente nelle mani di chi vende. Il terzo livello è in-store: schermi digitali, totem e cartellonistica intelligente nei punti vendita fisici, dove il retail media incontra l'omnicanalità e chiude il cerchio tra online e offline.

Per un'azienda che gestisce un ecommerce, il retail media va letto su due fronti. Sul fronte dell'acquisto di spazi, significa che una parte crescente del budget pubblicitario andrà spesa dentro gli ambienti dei grandi retailer e dei marketplace, dove si trova il pubblico in fase di acquisto. Chi vende anche tramite questi canali deve imparare a governarli come una leva di performance vera e propria, con la stessa serietà con cui presidia search e social.

Sul fronte opposto, e qui sta l'opportunità più interessante, ogni ecommerce con traffico qualificato e una base clienti solida possiede in nuce gli stessi asset che rendono prezioso il retail media: dati di prima parte e prossimità all'acquisto. Costruire un proprio spazio pubblicitario, vendere visibilità ai brand presenti a catalogo o monetizzare la propria audience diventa una strategia percorribile anche al di fuori dei colossi. Il presupposto è avere il controllo del proprio canale e dei propri dati, una condizione che distingue un ecommerce di proprietà dalla semplice presenza su un marketplace di terzi.

Trasformare il proprio ecommerce in un ambiente capace di valorizzare i dati richiede una base tecnologica all'altezza. Servono un controllo pieno sul comportamento d'acquisto, una gestione ordinata dei consensi e la capacità di far dialogare il dato del negozio con gli strumenti di marketing e di analisi. Una piattaforma cloud come Shopify, affiancata da un'architettura dati che unifichi le fonti, mette l'azienda nelle condizioni di sfruttare il proprio patrimonio informativo invece di subirne la dispersione tra sistemi scollegati.

È il terreno su cui lavoriamo in ICT Sviluppo: progettare ecommerce di proprietà in cui il dato di prima parte sia un asset governato, integrato con i sistemi aziendali e pronto a sostenere strategie di marketing misurabili. Il retail media non è soltanto un canale in più da comprare, ma la prova che il valore, nel commercio digitale, si concentra dove convergono traffico, transazione e dato. Chi controlla questi tre elementi è nella posizione migliore per coglierne i benefici.

Quella base di dati di prima parte non nasce dal nulla: si costruisce anche a monte, intercettando i contatti prima ancora dell'acquisto, ed è esattamente il lavoro di cui si occupa la lead generation per ecommerce.

Qual è la differenza tra retail media e pubblicità tradizionale?

Il retail media si basa sui dati di acquisto di prima parte raccolti dal retailer e ospita l'annuncio nello stesso ambiente in cui avviene la vendita. Questo permette di attribuire la campagna al venduto reale, con una misurabilità che la pubblicità tradizionale, distante dal momento della transazione, difficilmente raggiunge.

Solo i grandi marketplace possono fare retail media?

No. I grandi marketplace hanno la scala maggiore, ma qualsiasi ecommerce con traffico qualificato e una base clienti solida possiede gli asset fondamentali, ovvero dati di prima parte e prossimità all'acquisto. La differenza la fa la capacità di governare il proprio canale e i propri dati con una base tecnologica adeguata.

Perché il retail media è cresciuto così rapidamente?

La spinta principale è la fine del tracciamento basato sui cookie di terza parte. Con l'erosione di quel modello, i dati di prima parte sono diventati la risorsa più preziosa del marketing, e i retailer sono gli attori che ne dispongono in modo più diretto e affidabile. Il retail media è in larga parte la risposta del commercio a questo cambiamento.

Come si misura l'efficacia di una campagna di retail media?

Il parametro di riferimento è il ROAS calcolato sul venduto reale, reso possibile dall'attribuzione a ciclo chiuso. Poiché annuncio e transazione vivono nello stesso ambiente, è possibile collegare l'esposizione alla vendita effettiva del prodotto, spostando il budget verso ciò che genera risultati documentati.

Post correlati