Salesforce: cos'è, come funziona e per quali aziende ha senso
Come funziona Salesforce, quanto costa tenerlo in piedi e per quali aziende ha senso, con la parentesi su Commerce Cloud e sul modello del lusso online oggi in discussione.


Salesforce è il CRM più grande del mondo, e non è un modo di dire: nell'anno fiscale 2026, chiuso a gennaio, ha superato i 41 miliardi di dollari di ricavi, e secondo le rilevazioni IDC che l'azienda cita è il primo CRM al mondo per quota di mercato da tredici anni consecutivi, con circa il venti per cento del mercato, più dei quattro concorrenti immediatamente successivi messi insieme. Chi sta valutando un CRM, quindi, non deve chiedersi se Salesforce funzioni. Funziona, e su una scala che nessun altro ha.
La domanda utile è un'altra, e riguarda la struttura di chi lo compra: quanto costa tenerlo in piedi una volta acceso, chi lo governa, e che cosa succede se in azienda nessuno se ne prende la proprietà. È il punto in cui la maggior parte delle presentazioni scivola, riducendo tutto a una formula che si legge ovunque, il CRM per le grandi aziende e per le PMI, come se fossero due varianti dello stesso acquisto. Non lo sono, sono due mestieri diversi, e confonderli è il modo più rapido per pagare una piattaforma enterprise e usarne un decimo.
Qui dentro c'è come funziona Salesforce, il modello dei dati prima dei moduli, il listino con le cifre e il costo che nel listino non compare, e il perimetro delle aziende per cui ha senso. Più una parentesi su Commerce Cloud, che in un pezzo sul CRM merita di stare: la piattaforma con cui Salesforce ha definito per un decennio come si vende il lusso online è la stessa che il mercato sta rimettendo in discussione, e la ragione riguarda chiunque debba scegliere degli strumenti adesso.
Cos'è Salesforce: un CRM che è diventato una piattaforma
Salesforce nasce a San Francisco nel 1999 con un'idea che allora era una provocazione commerciale prima che tecnica: il software gestionale non si installa, si affitta, e vive sui server di qualcun altro. Il modello multi tenant, una sola istanza dell'applicazione condivisa da tutti i clienti con i dati separati logicamente, è la ragione per cui la stessa azienda ha potuto vendere a un'impresa di dieci persone e a una multinazionale lo stesso prodotto con due configurazioni diverse. Nel 2004 arriva la quotazione al New York Stock Exchange, con un ticker che vale una dichiarazione di intenti, CRM, e da allora la definizione ufficiale che l'azienda dà di sé è rimasta ancorata a quelle tre lettere, anche quando il perimetro dei prodotti si è allargato molto oltre.
La crescita è avvenuta poi su due strade parallele. La prima è la piattaforma: un ambiente in cui si costruiscono applicazioni sopra il CRM, con l'automazione dichiarativa di Flow, il linguaggio Apex quando il dichiarativo non basta, un marketplace di applicazioni di terze parti, AppExchange, e una scuola gratuita, Trailhead, che ha formato una generazione di consulenti e in questo modo ha reso il prodotto più difficile da sostituire. La seconda strada sono le acquisizioni, e spiega la forma attuale dell'azienda: Demandware nel 2016 per 2,8 miliardi di dollari, MuleSoft nel 2018 per 6,5 miliardi, Tableau nel 2019, Slack annunciata a fine 2020 e chiusa l'anno dopo per un valore d'impresa di 27,7 miliardi.
La conseguenza pratica, per chi compra, è che Salesforce non è un prodotto ma una federazione di prodotti, molti dei quali nati altrove e cuciti sulla stessa piattaforma con gradi di integrazione diversi. Non si acquista Salesforce: si acquista una combinazione di licenze, e la qualità del risultato dipende da quanto quella combinazione è stata scelta con criterio invece che accumulata un rinnovo alla volta.
Come funziona Salesforce: prima il modello dei dati, poi i moduli
Sotto qualsiasi modulo, Salesforce è un database relazionale con un'interfaccia e un motore di automazione. Gli oggetti standard del CRM sono pochi e conviene chiamarli col loro nome, perché è su quelli che si decide tutto: Lead, il contatto non ancora qualificato; Account, l'azienda; Contact, la persona dentro l'azienda; Opportunity, la trattativa con un valore e una data di chiusura attesa; Case, la richiesta di assistenza. Attorno a questi si costruisce il resto: campi personalizzati, oggetti nuovi, regole di validazione, profili e permessi, report e dashboard costruiti su quel modello.
Il motivo per cui il modello dei dati viene prima dei moduli è che il ritorno di un progetto CRM si decide lì e non nell'elenco delle funzioni: un'azienda che modella male il proprio processo di vendita ottiene report precisissimi su una realtà che non esiste, e poi ci prende delle decisioni. Le tre release annuali della piattaforma, primavera, estate e inverno, aggiungono funzioni a ritmo costante, e ogni release è anche un piccolo debito di manutenzione su tutto ciò che è stato personalizzato: è un costo ricorrente che nessun listino espone.
I moduli, e i nomi nuovi che li hanno sostituiti
Storicamente i moduli si chiamano cloud: Sales Cloud per le vendite, Service Cloud per l'assistenza, Marketing Cloud per le campagne, Commerce Cloud per l'ecommerce, più la parte analitica e quella di integrazione. A Dreamforce, nell'ottobre 2025, Salesforce ha riscritto quella nomenclatura in blocco portando tutto sotto il marchio Agentforce: Sales Cloud diventa Agentforce Sales, Service Cloud diventa Agentforce Service, marketing e commerce seguono la stessa regola, e Data Cloud diventa Data 360, dentro una piattaforma che si chiama Agentforce 360. Il cambio è stato formalizzato con la release Spring '26 e riguarda i nomi, non i contratti: licenze, oggetti e rinnovi restano quelli di prima.
Un dettaglio che vale la pena registrare senza cerimonie, perché dice qualcosa di vero sul vendor: il prodotto che oggi si chiama Data 360 è alla sua sesta denominazione, dopo Customer 360 Audiences, Salesforce CDP, la CDP di Marketing Cloud, Genie e Data Cloud. Sul campo, nelle gare e nei curriculum, si continua a dire Sales Cloud, e per capirsi conviene conoscere entrambi i vocabolari.
Il marketing merita una nota a parte, perché sotto un solo nome convivono strumenti diversi. Marketing Cloud Engagement è l'eredità di ExactTarget, con Email Studio, Journey Builder e Mobile Studio, pensata per volumi alti e percorsi articolati. Account Engagement è quello che per anni si è chiamato Pardot, rinominato nel 2022, ed è il marketing automation di impianto B2B, con lead nurturing e scoring. Social Studio invece non esiste più: Salesforce ha smesso di rinnovarlo dall'agosto 2022 e lo ha spento il 18 novembre 2024. Chi trova ancora quel nome dentro una presentazione sta leggendo materiale vecchio, e vale come test sulla freschezza del resto.
La spinta attuale è tutta sugli agenti. Agentforce è il livello di automazione conversazionale e operativa che agisce sui dati del CRM, alimentato da Data 360, e i numeri dichiarati dall'azienda dicono che il mercato lo sta comprando: nel terzo trimestre dell'anno fiscale 2026 Agentforce e Data 360 insieme si sono avvicinati a 1,4 miliardi di dollari di ricavi ricorrenti annui, più che raddoppiati sull'anno precedente. Su una base che supera i 40 miliardi resta comunque una quota piccola, e tenere le due cose insieme evita l'errore di prospettiva: è la parte che cresce, non ancora la parte che sostiene.
Quanto costa Salesforce: il listino e la parte che nel listino non c'è
Il listino delle edizioni di vendita è pubblico e si legge in dollari per utente al mese con fatturazione annuale. Starter Suite costa 25 dollari, Pro Suite 100, l'edizione Enterprise 175, Unlimited 350, e il gradino superiore che include Agentforce arriva a 550. Dal primo agosto 2025 le edizioni Enterprise e Unlimited di vendita, assistenza, field service e di alcuni verticali hanno assorbito un aumento medio del sei per cento. Esiste una suite CRM gratuita fino a due utenti, e per chi ha già un'edizione Enterprise o superiore c'è Foundations, che aggiunge a costo zero una dotazione base di funzioni degli altri cloud.
Quelle cifre sono la parte facile del preventivo e da sole non dicono quasi nulla. In un progetto Salesforce serio le licenze sono spesso la voce minore: c'è l'implementazione, che passa da un integratore; c'è l'amministratore, interno o a contratto, che è il ruolo su cui si gioca la riuscita; ci sono le integrazioni con ERP, ecommerce e ciclo attivo, e MuleSoft, che è lo strumento con cui Salesforce le vende, è una licenza a parte; ci sono la formazione, gli ambienti di test, e soprattutto il costo dell'evoluzione, perché una piattaforma configurata su misura chiede manutenzione a ogni cambio di processo. Salesforce non pubblica un costo di implementazione, e fa bene, perché dipende dal perimetro: chiunque lo dia a memoria senza aver visto i processi sta indovinando.
Per quali aziende ha senso Salesforce, e per quali no
La formula del CRM per le grandi aziende e per le PMI va sostituita con qualcosa di utilizzabile, perché il discriminante non è il fatturato. Esistono aziende da trecento milioni che gestiscono le vendite su un foglio di calcolo condiviso, e aziende da quindici milioni con un processo commerciale disegnato meglio di quello di una multinazionale. Il discriminante è la combinazione di tre condizioni, e servono tutte e tre.
La prima è un processo che valga la pena modellare: più canali di vendita, territori o filiali, cicli lunghi con più interlocutori, preventivi con approvazioni, un post vendita con impegni di servizio da rispettare. Se il processo commerciale sta in due passaggi, modellarlo dentro una piattaforma di questo tipo è come farsi cucire un abito su misura per stare in casa.
La seconda è la proprietà della piattaforma: qualcuno, dentro l'azienda, responsabile del modello dei dati e delle automazioni, anche part time, anche appoggiato a un partner. È il ruolo che nelle certificazioni si chiama amministratore, ed è quello che in Italia viene tagliato per primo quando si stringe il budget, con il risultato che la piattaforma resta ferma alla configurazione del primo giorno mentre l'azienda cambia.
La terza è un budget per l'evoluzione e non solo per il lancio. Una piattaforma così restituisce valore al secondo e al terzo anno, quando i processi le sono entrati dentro per davvero; se il denaro finisce il giorno del go live, quello che resta è un elenco di contatti molto caro.
Quando le tre condizioni ci sono, Salesforce fa cose che gli strumenti più leggeri non fanno: gestione dei territori e delle gerarchie di vendita, previsioni, configurazione di offerte complesse, permessi granulari fino al singolo campo, cloud verticali per i settori regolamentati, e una capacità di personalizzazione che in pratica non incontra altri limiti oltre al tempo e al budget. Quando non ci sono, il problema non è il prodotto: una piattaforma enterprise usata al dieci per cento è un errore di acquisto, non un difetto di fabbrica.
Va detto anche l'altro lato, per precisione: Salesforce vende pure alle piccole imprese, Starter Suite e Pro Suite esistono e funzionano, con un impianto pensato per partire in fretta e senza consulenza. Sono però un prodotto diverso, con un altro modello operativo e un'altra idea di quanto lavoro chiede la piattaforma, e chi firma dovrebbe sapere quale dei due Salesforce sta comprando. La confusione fra i due è esattamente ciò che quella formula sulle grandi aziende e le PMI riesce a nascondere.
Sui ruoli attorno alla piattaforma circola una confusione che conviene sciogliere, perché costa denaro. L'amministratore governa configurazione, utenti, automazioni dichiarative e qualità del dato, ed è la figura indispensabile. Lo sviluppatore serve quando il dichiarativo non arriva, quindi Apex, componenti Lightning, integrazioni non standard. L'analista lavora su report e previsioni, e traduce i numeri in decisioni commerciali. Il consulente disegna il modello prima che qualcuno lo costruisca, ed è il ruolo in cui si spreca meno pagandolo bene. Un progetto che salta il primo e abbonda degli altri se ne accorge al secondo anno, quando il modello dei dati ha smesso di somigliare all'azienda.
Salesforce e HubSpot: due filosofie, non due listini
Il confronto che arriva più spesso è con HubSpot, e va fatto sui modelli invece che sugli aggettivi. HubSpot vende un CRM unificato, costruito in casa pezzo per pezzo, con un'interfaccia che una persona di vendita usa senza corso di formazione: la suite commerciale parte da 15 dollari per postazione al mese nella versione Starter, sale a 100 con Professional e a 150 con Enterprise nella fatturazione annuale, con postazioni di sola consultazione a prezzo ridotto e un onboarding una tantum, 1.500 dollari su Professional e 3.500 su Enterprise. Il dettaglio dei prezzi si muove con i cicli commerciali, l'impianto no.
Salesforce vende l'opposto: una piattaforma che si piega a qualsiasi processo, a patto che qualcuno la pieghi. Riconoscere dove l'avversario è più forte è l'unico modo di fare un confronto onesto, e qui i punti di forza stanno da entrambe le parti. Su profondità di personalizzazione, gestione dei territori, offerte complesse, verticali di settore e dimensione dell'ecosistema di partner e sviluppatori, Salesforce non ha rivali. Su tempo di messa a terra, costo di gestione e probabilità che il reparto commerciale lo stia ancora usando dopo sei mesi, HubSpot vince spesso, e non di misura.
Il criterio per scegliere non è quale dei due sia migliore, ma quanta complessità l'azienda ha davvero e quanta è disposta a mantenerne. Il metodo per arrivarci, con i parametri da mettere in fila, sta nella guida su come si confronta e si sceglie un CRM; se invece il contesto è un negozio online le priorità cambiano, e conviene partire da cosa fa un CRM per l'ecommerce, dove il volume dei contatti è alto, il ciclo di vendita è corto e l'automazione conta più della relazione uno a uno.
La parentesi Commerce Cloud: il modello con cui Salesforce ha definito il lusso online
Il primo giugno 2016 Salesforce ha firmato l'accordo per acquisire Demandware, 2,8 miliardi di dollari in contanti, 75 dollari per azione, e ne ha fatto Commerce Cloud. Demandware non era una scommessa esplorativa: portava in dote il retail di fascia alta, e nel comunicato di allora comparivano nomi come L'Oréal e Marks & Spencer. Da quel momento, per quasi un decennio, quando una maison o un grande marchio di moda doveva decidere su cosa vendere online, la risposta di default è stata quella.
Il perché non sta in una funzione ma in un modello operativo, e su questo conviene dichiarare che si tratta di una lettura del mercato più che di un dato di listino. Commerce Cloud metteva insieme quattro cose che il lusso, e una parte dell'enterprise, volevano esattamente in quell'ordine: più marchi e più mercati dentro la stessa istanza, con cataloghi profondi e regole di prezzo per paese; controllo totale del front end, quindi la possibilità di riprodurre un'identità visiva senza negoziare con i vincoli di un tema; un ecosistema di integrazioni a cartucce, le cartridge del marketplace LINK, che rendeva normale collegare pagamenti, fiscalità e logistica su misura; e un modello di ingaggio costruito attorno all'integratore, perché un brand di quel tipo non cerca un prodotto da usare, cerca un progetto da commissionare.
Sul prezzo il meccanismo era coerente con quel mondo: non un abbonamento per utente ma una percentuale sul venduto, una revenue share sul volume trattato, con aliquote che Salesforce non pubblica e che si negoziano caso per caso. Per un marchio con carrello medio alto e volumi controllati era una struttura accettabile, e aveva il pregio di allineare l'interesse del fornitore alla crescita del brand. Il difetto è lo stesso pregio guardato dall'altra parte del tavolo: quando i volumi crescono cresce anche il conto, e prima o poi il costo della piattaforma diventa una riga che il direttore finanziario legge con la matita in mano.
Perché quel modello oggi è in discussione, e cosa c'entra Shopify
Shopify ha attaccato quel perimetro con metodo. Nel gennaio 2023 ha aperto i propri componenti al retail enterprise con Commerce Components, permettendo di prendere pezzi della piattaforma, il checkout per primo, senza adottare tutto il resto, e il primo cliente annunciato è stato Mattel con l'intero portafoglio di marchi. Da lì il posizionamento si è consolidato: Gartner colloca Shopify tra i Leader del Magic Quadrant per il Digital Commerce del 2025, per il terzo anno consecutivo e nella posizione più alta per capacità di esecuzione. Sul 2025 l'azienda ha chiuso con 11,6 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del trenta per cento.
I nomi però contano più dei quadranti. Il 28 ottobre 2025 The Estée Lauder Companies ha annunciato una partnership strategica con Shopify per rifare l'infrastruttura digitale del proprio portafoglio di marchi prestige e luxury, con la prima fase prevista in linea nel primo trimestre del 2026. Nel giugno 2026 Barnes & Noble ha portato il proprio negozio online sulla stessa piattaforma. Sono due categorie lontane, la bellezza di fascia alta e il retail di massa, e proprio per questo dicono la stessa cosa: la soglia dimensionale oltre la quale Shopify non veniva nemmeno invitata in gara non esiste più.
Anche la struttura di costo lavora in quella direzione. Shopify Plus parte da 2.300 dollari al mese su un contratto triennale, una cifra fissa che non cresce con il fatturato; per i volumi molto alti si passa a una componente variabile che Shopify non pubblica, e tirare a indovinare l'aliquota non aiuterebbe nessuno. Il confronto con una percentuale sul venduto, per quanto negoziata, si fa da sé nel momento in cui un brand cresce: la stessa crescita che giustifica l'investimento in piattaforma è quella che ne alza il conto.
Non è una disfatta, ed è giusto dirlo. Commerce Cloud, che dopo il rinominamento si chiama Agentforce Commerce, resta forte dove B2C e B2B convivono sulla stessa piattaforma, dove il valore sta nell'unificazione dei dati con il resto dello stack Salesforce e nell'assistenza agganciata all'ordine, e dove la personalizzazione richiesta è davvero profonda. Quello che è cambiato è il default: dieci anni fa un progetto luxury partiva da lì e bisognava argomentare per uscirne, oggi succede il contrario. Chi vuole i dettagli tecnici trova il confronto funzione per funzione e, se la decisione è già presa, cosa comporta una migrazione fra cartridge, entità e struttura degli URL.
La conseguenza che riguarda il CRM è la parte che si tende a saltare. Quando Commerce Cloud era la scelta ovvia, comprare la vetrina trascinava dentro il resto: stessa casa, stesso contratto, stesso integratore, e il CRM arrivava per inerzia insieme al progetto ecommerce. Separare la piattaforma di commercio dal CRM ha rotto quell'automatismo, e la configurazione che oggi si incontra più spesso in un progetto strutturato è il negozio su Shopify e la relazione dentro un CRM scelto per conto proprio, con l'integrazione fra i due che diventa una voce esplicita del progetto invece di un accessorio. Il CRM, insomma, si sceglie sui suoi meriti, non perché era nel pacchetto.
Salesforce, il CRM e un ecommerce su Shopify
Se il negozio è su Shopify, la domanda giusta non è quale CRM comprare, ma che cosa serve che il CRM faccia e che il negozio non faccia già. La segmentazione, per esempio, Shopify la fa in casa: nell'admin e nell'API Admin GraphQL i clienti si filtrano con un linguaggio di query sui segmenti, quindi chi ha abbandonato un checkout negli ultimi trenta giorni, chi ha dato il consenso alle email, chi ha comprato una certa categoria, e i segmenti si creano e si aggiornano anche da programma con una mutation. Per una buona parte del marketing di un ecommerce quella capacità basta, e pagare un CRM per rifarla è una duplicazione che si paga due volte, in licenze e in dati che divergono.
Quello che un CRM aggiunge, e che giustifica l'investimento, è altro: la relazione nominale con i clienti che non comprano da soli, la pipeline B2B con preventivi e approvazioni, l'assistenza con impegni di servizio e storico dei casi, il consolidamento dei dati dello stesso cliente su più paesi, più marchi e più canali, l'attribuzione oltre il perimetro del negozio. Se il fabbisogno reale è mandare email e segmentare, l'investimento giusto non è una piattaforma CRM enterprise. Se in azienda esistono un reparto commerciale con un ciclo di vendita e un servizio clienti con impegni contrattuali, allora sì, e si torna alle tre condizioni di prima.
Sull'integrazione vale una regola che costa poco enunciare e molto ignorare: si decide qual è la fonte di verità per ogni entità prima di scrivere una riga di codice. Ordini e anagrafica cliente nascono nel negozio, i consensi si governano dove vengono raccolti, l'anagrafica commerciale delle aziende sta nel CRM, e una sincronizzazione bidirezionale senza una fonte di verità dichiarata produce, con una regolarità quasi matematica, due archivi che si contraddicono e nessuno che sappia quale dei due usare. È lavoro di impianto, poco spettacolare, ed è quello che separa un progetto che regge da uno che al secondo anno diventa un problema di pulizia del dato.
Domande frequenti
Per cosa si usa Salesforce?
Per gestire in modo strutturato le relazioni commerciali e di servizio: raccogliere e qualificare i contatti, seguire le trattative con un valore e una data di chiusura, tenere la storia di ogni cliente e di ogni azienda, gestire i ticket di assistenza, misurare vendite e previsioni con report condivisi, automatizzare i passaggi fra reparti. Nelle configurazioni più estese lo stesso ambiente ospita anche marketing, ecommerce e integrazione dei dati con i sistemi aziendali.
Salesforce è gratuito?
Esiste una suite CRM gratuita per un massimo di due utenti, e ci sono le prove gratuite delle edizioni a pagamento. Chi ha già un'edizione Enterprise o superiore può attivare Foundations senza costi aggiuntivi, che porta una dotazione base di funzioni degli altri cloud. Fuori da questi casi Salesforce è un prodotto a licenza per utente, e la versione gratuita non è la strada per usarlo in azienda.
Quanto costa Salesforce?
Il listino delle edizioni di vendita, in dollari per utente al mese con fatturazione annuale, va da 25 di Starter Suite a 100 di Pro Suite, 175 dell'edizione Enterprise, 350 di Unlimited, fino a 550 per il gradino che include Agentforce. A questo si somma tutto il resto: implementazione, amministrazione, integrazioni, formazione ed evoluzione, che in un progetto strutturato pesano più delle licenze e non stanno su nessuna pagina di listino.
Salesforce è un gestionale?
No, e la confusione è frequente. Salesforce governa la relazione con il cliente, non l'amministrazione dell'azienda: non tiene la contabilità, non gestisce il magazzino, non emette i documenti fiscali, non pianifica la produzione. Quelle cose stanno in un ERP, e il progetto tipico prevede di far parlare i due sistemi, non di sostituire l'uno con l'altro.
Qual è la differenza tra SAP e Salesforce?
Partono da estremi opposti e negli anni si sono avvicinate. SAP nasce dall'ERP, quindi dai processi amministrativi, finanziari e logistici, e da lì si è estesa verso la gestione del cliente. Salesforce nasce dal CRM, quindi dalla vendita e dal servizio, e da lì si è estesa verso i dati e l'integrazione. In molte aziende convivono, con l'ERP come fonte di verità su articoli, prezzi e documenti e il CRM come fonte di verità su contatti, trattative e casi di assistenza.
Salesforce va bene per una piccola o media impresa?
Dipende dalle tre condizioni: un processo che valga la pena modellare, qualcuno che si prenda la proprietà della piattaforma, un budget che copra anche il secondo anno. Con quelle, la dimensione conta poco. Senza almeno una di quelle, una PMI ottiene lo stesso risultato con uno strumento più leggero spendendo una frazione, e le edizioni Starter Suite e Pro Suite esistono proprio per quel pubblico, con un modello operativo diverso da quello enterprise.
Salesforce Commerce Cloud è la stessa cosa del CRM Salesforce?
No. È la piattaforma di ecommerce nata come Demandware, acquisita nel 2016 e oggi rinominata Agentforce Commerce: prodotto diverso, contratto diverso, licenza tipicamente legata a una percentuale del venduto invece che al numero di utenti. Si integra con il CRM ma non lo include, e la scelta della piattaforma di commercio e quella del CRM sono due decisioni separate, con criteri diversi e spesso con fornitori diversi.
Salesforce è un CRM eccellente per le aziende che hanno la struttura per governarlo e un investimento sproporzionato per quelle che non l'hanno, e questa distinzione è più utile di qualsiasi elenco di funzioni perché non dipende dal fatturato. La domanda da cui partire non è quale piattaforma sia la migliore sul mercato, ma quale processo si vuole mettere sotto controllo e chi, la settimana dopo il go live, se ne prende la responsabilità.
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