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Redazione·

Errori nelle email commerciali: quali costano davvero e in che ordine correggerli

15 min di lettura

Gli errori che fanno fallire un'email commerciale non pesano allo stesso modo: alcuni fanno una brutta impressione, altri bruciano il canale. In ordine di costo.

Un commerciale in giacca marrone, in un ufficio anni ottanta, tiene aperte a ventaglio decine di copie identiche della stessa lettera, mentre il cestino accanto alla scrivania è pieno delle stesse buste | Foto AI generatedImmagine generata con intelligenza artificiale

Un'email commerciale che non funziona lascia pochissime tracce. Non torna indietro come una lettera, non squilla a vuoto come una telefonata, non produce nemmeno il silenzio imbarazzato di una porta chiusa in fiera: sparisce, e chi l'ha scritta resta con l'impressione di aver fatto la sua parte. È la ragione per cui gli errori nella posta commerciale sopravvivono per anni dentro le aziende, ripetuti ogni giorno da persone competenti che non hanno modo di sapere quale dei loro messaggi è andato perduto, né perché.

Gli elenchi che circolano su questo tema mettono in fila cose vere e cose innocue con lo stesso peso, il carattere tipografico sbagliato accanto alla lista comprata, la firma mancante accanto all'allegato che nessuno aprirà. Ordinarli conta più che elencarli, perché il costo non è distribuito in modo uniforme: alcuni errori fanno una brutta impressione, altri bruciano il canale.

Quello che segue è un ordinamento per costo, non per fastidio, e vale per l'email che un'azienda scrive a un'altra azienda: il caso in cui l'errore si paga in trattative.

Prima di giudicare un testo conviene sapere in quale punto la catena si spezza, perché i punti sono quattro e chiedono interventi diversi. Il messaggio può non arrivare, e allora il testo è irrilevante. Può arrivare e non essere aperto, e allora contano solo la riga dell'oggetto e il nome di chi scrive. Può essere aperto e letto senza che il destinatario capisca che cosa gli si sta chiedendo, e allora il difetto sta nella struttura. E può essere capito perfettamente da qualcuno che, nel modo in cui la nostra azienda vende, non ha comunque una strada per procedere: quest'ultimo caso, il meno discusso dei quattro, non è un problema di scrittura.

Chi riscrive il testo quando la catena si è rotta al primo anello ottiene una versione più elegante dello stesso silenzio.

L'errore più caro si commette prima di scrivere una parola, e consiste nello spedire a indirizzi raccolti invece che ottenuti. Le liste comprate, gli indirizzi estratti dai siti, la casella generica trovata nella pagina dei contatti e usata come se fosse un recapito personale sono varianti della stessa scommessa, e la scommessa è che il volume compensi il rifiuto.

Non lo compensa, e il motivo è tecnico prima che etico. Ogni segnalazione, ogni cancellazione, ogni messaggio recapitato a una casella abbandonata da anni pesa sulla reputazione del dominio da cui è partito, e quella reputazione è la stessa che serve per far arrivare i preventivi ai clienti veri. Si spende un patrimonio comune per un tentativo individuale.

Sul consenso e su che cosa la legge italiana chiede prima di premere invia la trattazione sta nel pezzo sull'email di presentazione aziendale, e conviene leggerla lì, perché la risposta cambia quando dall'altra parte c'è un'azienda anziché una persona.

Quando un'azienda scopre che le sue email commerciali non ricevono risposta, la prima ipotesi è quasi sempre il testo, ed è quasi sempre la meno probabile. Prima del testo vengono l'autenticazione del dominio e la reputazione di chi spedisce, cioè l'insieme di protocolli che dicono ai server di destinazione se quel messaggio proviene davvero da noi. Sono impostazioni tecniche, si verificano in mezz'ora, e finché non tornano è inutile discutere di aggettivi: la protezione dell'email aziendale è documentata protocollo per protocollo, con quello che accade quando manca.

La riga dell'oggetto è il punto in cui si perde più corrispondenza commerciale, e si perde in un modo particolare: l'oggetto descrive quello che chi scrive vuole ottenere, invece del problema di chi legge. «Richiesta di appuntamento», «Presentazione azienda», «Proposta di collaborazione» sono etichette corrette e inutili, perché nominano la categoria del messaggio e non il suo contenuto, e la categoria il destinatario la conosce già: gliene arrivano nove al giorno.

Il criterio che funziona è chiedersi se l'oggetto resterebbe vero e comprensibile anche estratto dal messaggio e messo in un elenco insieme ad altri venti. «Presentazione azienda» non supera la prova, perché fuori contesto non dice nulla di chi la manda.

Un caso concreto, letto come si legge un preventivo, guardando che cosa promette. Prima: «Oggetto: presentazione della nostra azienda e dei nostri servizi».

Dopo: «Oggetto: verniciatura a polvere per carpenteria, lotti da cinquanta pezzi». Non è cambiato il tono, è cambiato chi sta al centro della frase, e con lui la ragione per aprire.

Il secondo errore per costo è chiedere tre cose in un messaggio solo. Un'email che presenta l'azienda, allega il catalogo e propone una chiamata conoscitiva ha tre destini possibili e nessuno buono: il destinatario ne sceglie uno, quasi sempre il più economico per lui, che è non fare niente. La regola operativa è che a ogni email corrisponde una sola azione successiva, formulata in modo che si possa eseguire senza scrivere un testo lungo.

Vale anche per la lunghezza, ma non nel modo in cui viene di solito raccontata. Il problema di un'email lunga non è la fatica di leggerla: è che una richiesta lunga contiene sempre più di una domanda, e chi legge rimanda l'intera risposta al momento in cui avrà tempo per tutte. Quel momento, nelle settimane in cui si decide qualcosa, non arriva.

Un'email che chiede di far sapere se la cosa può interessare chiede al destinatario di scrivere un tema. Una che chiede se i tempi di consegna indicati sono compatibili con i volumi di aprile chiede una riga, e una riga si scrive dal telefono mentre si cammina.

Nel B2B l'allegato più diffuso è il listino in PDF, e porta con sé tre costi che nessuno mette in conto. Invecchia il giorno dopo l'invio, e da quel momento circolano tante versioni dei nostri prezzi quante sono le email spedite. Non dice niente a chi l'ha mandato, perché un file scaricato non produce nessun segnale su chi l'ha aperto e su che cosa ha guardato. E su una parte dei filtri in ingresso pesa come indizio negativo, il che significa che il documento più importante della trattativa è anche quello che rende il messaggio più fragile.

L'alternativa non è un allegato più leggero, è un indirizzo: un catalogo raggiungibile, in cui le condizioni riservate a quel cliente sono già applicate quando entra. Cambia anche la conversazione successiva, perché la domanda se il listino è stato visto smette di avere senso: si vede da sé.

C'è una pratica che nelle aziende italiane resiste a qualunque formazione, e consiste nello spedire una comunicazione commerciale a duecento indirizzi in copia conoscenza nascosta, dalla casella personale di chi vende. Sembra prudente, perché nasconde gli indirizzi, ed è il modo in cui il primo errore di questo elenco torna travestito da prudenza: la lista non diventa nostra perché gli indirizzi sono coperti.

Un invio fatto così non offre un modo per disiscriversi, quindi il destinatario che non vuole più ricevere nulla ha come unica strada la segnalazione come spam. Non lascia traccia di quando e come ciascuno di quei contatti è entrato in lista, cioè proprio la documentazione che serve quando qualcuno chiede conto dei propri dati. Non produce alcuna misura: dopo duecento invii non si sa quanti hanno aperto, e l'unico dato disponibile è il numero di persone che hanno reagito male. E parte dalla casella nominale di una persona, quindi il danno alla reputazione lo incassa l'indirizzo che quella persona usa per lavorare con i clienti acquisiti.

Il ccn è nato per non mostrare un indirizzo in una conversazione fra tre persone. Usato per parlare a duecento, è uno strumento di invio senza nessuna delle garanzie di uno strumento di invio.

Marcare un messaggio come urgente funziona una volta, e dalla seconda comincia a costare. Chi riceve impara in fretta a leggere l'etichetta come una caratteristica di chi scrive e non del contenuto, e da quel momento la usa per abbassare la priorità invece che per alzarla. Lo stesso vale per il sollecito che arriva prima che sia trascorso il tempo in cui una risposta era ragionevole: i tempi di decisione dipendono da comitati che si riuniscono, esercizi che si chiudono e contratti che scadono, ed è il modo in cui funziona la vendita fra imprese più che un segno di disinteresse.

Il rimedio non è aspettare di più, è avere una cadenza decisa prima e scritta da qualche parte, così che il secondo messaggio non nasca dall'ansia del venerdì pomeriggio. Su come si costruisce una sequenza di email di follow-up c'è un pezzo dedicato.

Esiste una categoria di errori che non si corregge riscrivendo, perché il difetto è che quel messaggio venga scritto a mano. Se la stessa email parte quaranta volte al mese con tre parole diverse, la conferma d'ordine, la richiesta di disponibilità, l'invio delle condizioni aggiornate, quello che si sta pagando non è un problema di stile: è una persona che fa da protocollo di trasmissione fra due sistemi informativi.

Il riconoscimento è semplice: sono le email in cui il contenuto è un dato e non un argomento. Un codice articolo, una quantità, una data, un prezzo. Quando il contenuto è un dato, l'email è un modulo travestito, e i moduli travestiti producono errori di trascrizione che nessuna rilettura intercetta, perché sono formalmente ineccepibili.

Da qui partono due strade distinte, e conviene non confonderle. I messaggi che devono partire da soli al verificarsi di una condizione sono flussi di email automatiche. La raccolta ordini che oggi passa da email e fogli allegati è un'altra cosa, e la sua destinazione è un portale per rivenditori.

Accanto alle due strade appena descritte se ne sta prendendo una terza, e ha il vantaggio apparente di non richiedere nessun progetto: si collega la casella aziendale a un assistente come Claude, che legge i messaggi, li classifica, prepara le risposte. Funziona, e su una parte del lavoro funziona bene. È anche la più delicata delle tre, per una ragione che conviene dire subito: non cambia il processo, ci mette sopra un interprete.

Quello che segue è l'ordine in cui conviene prendere le decisioni, e sono decisioni prima che configurazioni.

Il consenso non è tuo da dare

Una casella di posta aziendale contiene i dati di persone che non sono in quella stanza: clienti, fornitori, colleghi, candidati. Collegarla a un servizio esterno significa far trattare quei dati da un soggetto in più, e quella non è una scelta che spetta a chi vende e vuole risparmiare un'ora al giorno: spetta a chi risponde dei dati dell'azienda. È la stessa forma dell'errore del ccn, cioè una decisione individuale che spende un patrimonio comune, e si chiude nello stesso modo: l'autorizzazione la dà chi amministra la posta, per tutta l'organizzazione, e resta scritta da qualche parte.

Leggere e inviare sono due permessi, non uno

Un assistente che può leggere è un rischio; un assistente che può spedire a nome nostro è un rischio diverso, e i due si concedono in momenti diversi. La regola operativa che tiene, e che vale anche quando l'assistente scrive meglio di chi lo ha collegato, è che l'assistente prepara la bozza e una persona la manda. Il motivo non è la sfiducia nella qualità del testo: è che il modo in cui una risposta commerciale sbaglia non è il refuso, è l'impegno. Un prezzo, una data di consegna, un sì. E un'email che è partita non si richiama.

Il contenuto di un'email è testo scritto da un estraneo

Questo è il punto che quasi nessuno mette nel conto, ed è il più serio. Se l'assistente legge la posta in arrivo e può agire, allora chiunque sia in grado di scriverci può provare a scrivere istruzioni al nostro assistente. Un messaggio che contiene la richiesta di inoltrare gli ultimi scambi a un certo indirizzo, per un sistema costruito senza pensarci, si presenta esattamente come si presenta una domanda legittima di un cliente.

Il principio che chiude il buco è uno solo, e va deciso prima di collegare qualsiasi cosa: quello che arriva da fuori è materiale da esaminare, non sono ordini da eseguire. In pratica significa che la capacità di leggere posta in arrivo qualunque e la capacità di inoltrare o spedire senza una persona in mezzo non stanno bene insieme, e se proprio devono convivere allora l'azione va confinata a cose che non escono, come mettere un'etichetta o scrivere un riassunto.

Che cosa conviene automatizzare, e che cosa no

Il triage vale quasi sempre la pena: smistare, dare priorità, riassumere una conversazione lunga per chi la eredita, riconoscere che un messaggio è una richiesta di preventivo e non un sollecito. È lavoro che non produce niente verso l'esterno, quindi l'errore costa poco e si corregge subito.

La stesura della bozza vale la pena con la persona che manda. La risposta a una domanda operativa ripetitiva vale la pena a una condizione, che l'assistente prenda il dato dal sistema che lo custodisce e non dalla cronologia del thread, perché una cronologia contiene anche le condizioni scadute e le eccezioni concesse una volta.

Non vale la pena, e non è una questione di capacità del modello, tutto ciò che costituisce un impegno: trattare, quotare, promettere una data, concedere un'eccezione. Il problema non è che l'assistente scriva male quelle cose, è che nessuno in azienda saprebbe che sono state promesse.

Come si fa, in pratica

Sei mosse, in questo ordine. L'autorizzazione si chiede a chi amministra la posta dell'organizzazione e si mette per iscritto, invece di collegare la propria casella e vedere come va. L'accesso si restringe, dove lo strumento lo permette, a un'etichetta o a una cartella invece che alla casella intera, perché la posta di anni indietro non serve a smistare quella di oggi.

Si parte in sola lettura, e si tiene così per un paio di settimane misurando quanto tempo il triage fa risparmiare davvero, che è il numero che dirà se vale la pena andare avanti. Solo dopo si concede la stesura delle bozze. Si tiene un registro di quello che l'assistente ha fatto, perché la frase «ha risposto l'assistente» non è una traccia. E si va a leggere, nelle condizioni di chi fornisce il collegamento e nella propria console di amministrazione, per quanto tempo e dove restano i messaggi che passano dal servizio: è la domanda che nessuno fa e la sola la cui risposta non si può dedurre.

Resta da decidere una cosa che non è tecnica, e conviene deciderla prima e non dopo: chi risponde quando l'assistente sbaglia. Quella persona esiste comunque, l'unica differenza è se è stata nominata.

Un'ultima osservazione, che riporta al punto di prima. L'assistente rende bene sulla parte in cui il contenuto è un argomento, dove interpretare serve; sulla parte in cui il contenuto è un dato è l'affare peggiore dei tre, perché un codice articolo ricopiato da un assistente è ricopiato comunque, e alla trascrizione si è aggiunto un passaggio che può sbagliare in modi nuovi. Se la posta è piena di dati, la risposta non è leggerla più in fretta: è togliere i dati dalla posta, che è la strada descritta poco sopra.

Su Shopify la parte di questo elenco che riguarda i dati esce dalla posta e diventa configurazione. Le condizioni riservate a un cliente stanno nel catalogo che gli è associato, quindi il prezzo che vede quando entra è già il suo e non ha bisogno di essere spedito; l'ordine che prima arrivava come testo dentro un messaggio arriva come record, con il codice articolo scelto da un elenco invece che ricopiato; le comunicazioni legate a un evento, la conferma, la spedizione, il reso, partono dalla piattaforma e non dalla casella di una persona, il che le rende anche misurabili.

Quello che resta all'email è la parte in cui il contenuto è un argomento e non un dato, e non è poco: la trattativa, la spiegazione, la richiesta di un'eccezione. Su come funziona un ecommerce B2B e su come le funzioni si ripartiscono fra i piani c'è la trattazione completa, e conviene leggerla prima di scegliere. Per lo strumento con cui la piattaforma manda le email, campagne e automazioni comprese, il riferimento è Shopify Messaging.

Contro tutto questo esiste una posizione difendibile, e ignorarla renderebbe il resto meno credibile. L'email è asincrona, scritta e inoltrabile, e nel B2B queste tre proprietà valgono più di qualunque interfaccia: il messaggio che il buyer gira al collega che decide è la ragione per cui una trattativa avanza dentro un'azienda in cui non siamo mai entrati. Nessun portale fa quel lavoro, perché nessun portale si può inoltrare.

E c'è il caso in cui il conto non torna. Un'azienda con sei clienti attivi che riordinano due volte l'anno non ha un problema di raccolta ordini, ha un problema di margine, e costruirle un canale digitale per il riordino significa spendere per togliere un attrito che non esiste. La soglia oltre la quale conviene non è il fatturato: è il numero di volte in cui la stessa informazione viene ricopiata a mano.

Sul quando il telefono batta la posta la risposta è netta, e serve una reazione e non un documento. Il buyer che ha un problema alle sei di sera chiama, e la chiamata a freddo è un mestiere con regole proprie, diverse da queste.

Come si scrive un'email commerciale?

Partendo dal motivo del contatto e chiudendo con una sola azione possibile. In pratica: una riga di oggetto che nomina la cosa e non la categoria del messaggio, due o tre frasi che dicono perché scriviamo proprio a quell'azienda, una richiesta che si possa soddisfare con una riga di risposta, e la firma che contiene tutto quello che serve a capire chi siamo. Quello che si toglie conta più di quello che si aggiunge.

Qual è l'errore più grave in un'email commerciale?

Spedire a indirizzi raccolti invece che ottenuti. È il solo errore dell'elenco che non danneggia il singolo messaggio ma il canale intero, perché consuma la reputazione del dominio da cui partono anche i preventivi ai clienti acquisiti, e quella reputazione si ricostruisce in mesi.

«Alla cortese attenzione» si usa ancora?

Nella corrispondenza cartacea e negli invii a un ufficio di cui non si conosce il referente ha ancora una funzione, perché indirizza il documento dentro l'organizzazione che lo riceve. In un'email a una persona di cui si conoscono nome e indirizzo è una formula vuota, e occupa la riga più visibile del messaggio, quella che compare in anteprima, per dire una cosa che il destinatario sa già. Se l'indirizzo è generico conviene nominare l'ufficio nell'oggetto; se è nominale, si comincia dal motivo.

Meglio mandare il listino in PDF o un link?

Un indirizzo raggiungibile, per tre ragioni misurabili: resta aggiornato quando i prezzi cambiano, dice a chi l'ha mandato che è stato aperto, e non appesantisce il messaggio in cui viaggia. Il PDF conserva un vantaggio reale quando serve un documento fermo nel tempo, per esempio un'offerta con una validità dichiarata, e in quel caso è la scelta giusta.

Conviene far rispondere l'AI alle email commerciali?

Conviene fargliele leggere e smistare, e fargliele scrivere in bozza. Non conviene farle spedire da sola, per una ragione che non riguarda la qualità del testo: una risposta commerciale che sbaglia non sbaglia un aggettivo, impegna l'azienda su un prezzo o una data. La configurazione che regge è quella in cui l'assistente propone e una persona invia, e in cui la posta in arrivo viene trattata come materiale da esaminare e non come istruzioni da eseguire.

Che differenza c'è fra un'email commerciale e una DEM?

L'email commerciale è un messaggio scritto da una persona a un'azienda, con un motivo specifico; la DEM è un invio pubblicitario a una lista, prodotto una volta e spedito a molti. Confonderle produce l'errore più comune dell'elenco, la comunicazione di massa spedita dalla casella nominale di chi vende. Le due cose e i loro usi sono messi a confronto nel pezzo su newsletter e DEM.

Il filo che tiene insieme questo elenco è che quasi nessuno di questi errori si vede rileggendo il messaggio prima di spedirlo. Si vedono guardando che cosa è tornato indietro, e nelle aziende in cui la posta commerciale esce da venti caselle diverse quel dato non esiste: ognuno sa com'è andata la sua email, nessuno sa com'è andata la corrispondenza.

Da lì conviene partire, perché è l'unica misura che dice quale dei quattro punti si sta rompendo, e quindi quale di questi errori valga la pena correggere per primo.

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