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Giovanni Fracasso·

Vantaggi dell'ecommerce B2B: il business case, i KPI e l'impatto sul margine

8 min di lettura

I vantaggi dell'ecommerce B2B, misurati: come si costruisce il business case, quali numeri servono, quali KPI si presidiano dopo il go-live e quando il conto non torna.

vantaggi ecommerce b2bImmagine generata con intelligenza artificiale

Che l'ecommerce B2B convenga lo dicono tutti. Molto meno spesso qualcuno mette in fila i numeri che lo dimostrano nella tua azienda, e sono numeri che cambiano radicalmente fra un distributore con diecimila referenze e riordini settimanali e un produttore che chiude venti commesse l'anno. Questo articolo non elenca i benefici: prova a metterli in un conto. Quali voci ci vanno, come si stimano, quali indicatori dicono se il conto sta tornando. Se prima serve il quadro d'insieme, cos'è un ecommerce B2B e come funziona lo abbiamo raccontato altrove.

Una premessa che regge tutto il resto. Il fatturato B2B si sta spostando sui canali digitali anche quando il mercato è fermo: la crescita non viene dall'allargamento della torta, viene da chi la fetta se la prende. Significa che il business case di un ecommerce B2B non è solo un conto di efficienza, cioè quanto risparmio facendo le stesse cose meglio, ma anche un conto di difesa: quanta quota perdo se il cliente trova da un concorrente il portale che io non ho.

I benefici di un ecommerce B2B si riducono a quattro leve, e ognuna si misura in modo diverso. La prima è il costo di servizio: quanto costa oggi far entrare un ordine, e quanto costerebbe se entrasse da solo. La seconda è la qualità del dato: quanti errori genera la trascrizione manuale, e quanto costano in resi, note di credito e rilavorazioni. La terza è il ricavo: ordini che oggi non si fanno, perché fuori orario, fuori area o semplicemente troppo scomodi da piazzare. La quarta è la capacità: quante ore di persone qualificate, in ufficio commerciale e sulla rete vendita, si liberano e dove si rimettono.

Le prime due leve sono risparmi e si stimano con buona precisione. Le altre due sono ricavi e vanno stimate con prudenza, perché è lì che i business case si gonfiano e poi non tornano. Un conto onesto regge sulle prime due, e considera le altre due un premio.

Non è un dato che si trova in bilancio, va costruito. Si prende un mese di ordini e si conta: quanti sono entrati, da quale canale, quante persone li hanno toccati e per quanto tempo, dalla ricezione della mail all'inserimento a sistema, passando per le telefonate di chiarimento sui codici, sui prezzi e sulle disponibilità. Diviso per il costo orario pieno di quelle persone, esce il costo di raccolta per ordine. Nella maggior parte delle aziende è un numero che sorprende, per il semplice motivo che nessuno lo aveva mai calcolato.

A quel costo va aggiunta la coda: la percentuale di ordini che genera un errore, e il costo medio di quell'errore fra reso, riemissione, trasporto e tempo di amministrazione. Sommando le due voci si ottiene il costo pieno di un ordine raccolto a mano, che è il termine di paragone del progetto. Attenzione però: il risparmio non è quel numero moltiplicato per tutti gli ordini, ma solo per la quota di ordini che può realisticamente passare al self-service. Ed è il secondo numero da stimare.

Quella quota si stima guardando la composizione degli ordini: quanti sono riordini di prodotti già acquistati, quanti richiedono davvero una trattativa, quanti arrivano da EDI e lì resteranno. Come si divide la base clienti fra EDI, agenti e portale, e come si sposta la parte ripetitiva senza spegnere nulla, lo abbiamo trattato parlando di raccolta ordini B2B. Ai fini del conto basta sapere che la quota realistica non è mai il cento per cento, e quasi mai meno di un terzo.

I costi di un ecommerce B2B stanno su tre righe, e chi ne dimentica una si fa male. La licenza della piattaforma, che è la voce più visibile e quasi mai la più pesante. Il progetto, cioè analisi, disegno, sviluppo e soprattutto integrazione con il gestionale, che nel B2B è il vero centro di costo, perché è lì che vivono listini, condizioni, fidi e disponibilità. E il run, cioè quanto costa mantenere e far evolvere la cosa negli anni, incluse le persone interne che la presidiano.

C'è poi una voce che non compare quasi mai nei preventivi e che affonda i progetti: l'onboarding. Portare i clienti e la rete vendita sul portale richiede tempo di persone, formazione, contenuti, a volte incentivi commerciali. Un portale che nessuno usa costa esattamente quanto uno usato da tutti, con la differenza che non produce niente. Metterlo a budget significa aver capito dove sta il rischio vero del progetto.

Il business case si scrive prima, ma si verifica dopo. Sei numeri bastano a capire se sta funzionando, e vanno guardati insieme, perché presi singolarmente mentono.

  • Tasso di adozione: la quota di ordini che entra dal portale sul totale, misurata cliente per cliente. È il KPI numero uno, perché ogni altro beneficio dipende da questo. Se non sale, tutto il resto è teoria.
  • Costo di raccolta per ordine: lo stesso numero calcolato prima del progetto, ricalcolato dopo. È la misura diretta del risparmio, e l'unica che il controllo di gestione accetta senza discutere.
  • Tasso di errore sugli ordini: percentuale di ordini che generano un reso, una nota di credito o una rilavorazione. Dovrebbe crollare sugli ordini entrati dal portale, e il confronto fra i due canali è la prova più pulita che si possa avere.
  • Valore medio dell'ordine, digitale contro assistito: il portale mostra il catalogo intero e i prezzi a scaglioni, e questo tende ad alzare il carrello. È il primo effetto di ricavo, ed è misurabile subito.
  • Frequenza di riordino: quanti giorni passano fra un ordine e il successivo, per cliente. Se il portale è comodo, l'intervallo si accorcia. È l'indicatore che anticipa sia la crescita sia l'abbandono.
  • Ordini fuori orario: la quota di ordini piazzati quando l'ufficio commerciale è chiuso. È il modo più diretto di quantificare la domanda che prima si perdeva e nessuno contava.

Il tempo di ritorno si legge su questi numeri, non sulle promesse. In progetti B2B con riordino frequente il conto tende a chiudere entro il primo o il secondo anno, ma la variabile che decide non è la piattaforma: è il tasso di adozione, cioè quanto in fretta i clienti smettono di mandare la mail.

Il margine si muove da tre direzioni, e conviene tenerle separate perché hanno velocità molto diverse. La prima è immediata: meno costo per ordine, meno errori, meno rilavorazioni. È un effetto che si vede nei primi mesi sugli ordini che passano dal portale, e cresce linearmente con l'adozione.

La seconda è più lenta e più preziosa: il dato. Ogni interazione sul portale lascia una traccia su cosa guarda un cliente, cosa riordina, quando e con quale frequenza. Quella conoscenza, che nel B2B tradizionale vive nella testa dei singoli agenti e se ne va con loro, diventa un patrimonio dell'azienda: si capisce chi sta crescendo, chi è a rischio di abbandono, su quali prodotti spingere e con quali margini. È il vantaggio che si accumula, ed è anche il più difficile da mettere a bilancio il primo anno.

La terza è il ricavo nuovo: clienti che la rete vendita non raggiungerebbe, anche fuori dai confini nazionali, e ordini che oggi semplicemente non si fanno. Con strumenti come Shopify Markets si gestiscono più mercati, valute, lingue e listini dallo stesso negozio, il che rende l'apertura di un paese una configurazione invece che un progetto da rifare. In un business case prudente questa leva si mette a zero e si tratta come un premio: se arriva, arriva.

Non tutte le aziende B2B hanno lo stesso ritorno, e vale la pena dirlo. Il conto è tanto più favorevole quanto più il catalogo è ampio, i clienti sono numerosi e gli ordini sono ripetitivi: un distributore con migliaia di referenze e centinaia di rivenditori che riordinano ogni settimana ha un caso quasi automatico, perché ogni ordine risparmiato si moltiplica per un volume enorme. Un grossista alimentare o di materiali, dove il riacquisto è frequente e prevedibile, sta nella stessa categoria.

Il caso è più sottile per un produttore che vende a rivenditori e installatori: lì il risparmio sulla raccolta ordini pesa meno, ma pesa molto la riduzione delle telefonate di prevendita, quando schede tecniche, disponibilità e codici diventano accessibili in autonomia. La regola pratica è semplice: più il valore aggiunto della persona sta nella relazione e meno nella trascrizione, più il portale conviene, perché è esattamente la trascrizione che va via.

Ci sono casi in cui il business case è debole, e un fornitore onesto lo dice prima, non dopo. Se i clienti sono pochi e gli ordini sono grandi, rari e sempre negoziati, il risparmio sulla raccolta è marginale e il portale rischia di restare un investimento senza volume su cui ammortizzarsi. Se il gestionale non è in grado di esporre listini e condizioni in modo affidabile, non si sta facendo un progetto di ecommerce ma un progetto di sistemi informativi travestito, e va dimensionato come tale. Se la rete vendita è ostile e nessuno ha intenzione di occuparsi del suo coinvolgimento, l'adozione non arriverà e il conto non tornerà mai, per quanto bene sia scritto.

In tutti e tre i casi la risposta non è rinunciare, è cambiare il perimetro: partire dal segmento di clienti dove il riordino c'è, sistemare prima il dato, disegnare il portale intorno al modo in cui la rete vendita lavora davvero. È il lavoro di scoping che facciamo prima di costruire qualunque cosa, perché la stessa piattaforma produce un successo o un cassetto di buone intenzioni a seconda di quanto bene è stata calata nel funzionamento concreto dell'azienda.

Il vantaggio dell'ecommerce B2B non è un elenco di benefici, è un conto che ogni azienda può fare con i propri numeri: costo pieno di un ordine raccolto a mano, quota di ordini che può passare al self-service, costo del progetto e dell'integrazione, tasso di adozione atteso. Da quel conto esce un tempo di ritorno, e da lì una decisione presa con la testa invece che con l'entusiasmo.

Ciò che resta fuori dal conto, e che alla fine pesa di più, è la direzione del mercato: il fatturato B2B si sta spostando sui canali digitali anche quando la domanda è ferma, e chi presidia bene il canale cresce sottraendo quota a chi non lo fa. La domanda, quindi, non è se convenga: è quanto in fretta si riesce a costruirlo bene, perché ogni mese di ritardo è quota che migra altrove.

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